Anche per Roma il Pd pensa a Cantone: ormai è “stalking” politico

E ti pareva che nel toto-sindaco di Roma non spuntasse il nome di Raffaele Cantone. Ormai questo del Pd è un tic, un riflesso pavloviano: appena si libera un posto, si apre un varco o s’intravede un pertugio il primo pensiero dei dirigenti di quel partito corre sempre a lui, l’attuale presidente dell’Autorità anticorruzione. Che, dal canto suo, di fronte alle alluvionali profferte politiche dell’inner circle di Renzi, fatica sempre di più a distribuire smentite, dettare precisazioni o opporre dinieghi. Un vero stalker, il premier, che evidentemente Cantone vuole annetterselo per sfinimento.

Renzi tira in ballo il capo dell’Anac ad ogni elezione

Ma il magistrato più famoso (e corteggiato) d’Italia sembra in grado di resistere anche alla tentazione del Campidoglio. Buon per lui, perché se su Roma l’intenzione del Pd è quella svelata da Repubblica – giornale tutt’altro che ostile a quel partito – Cantone potrebbe assurgere agli onori della candidatura solo dopo essersi sobbarcato l’onere di guidare il comune nella veste di commissario prefettizio. Che tradotto in parole povere significa truccare le elezioni in partenza con tanti saluti al galateo istituzionale, al bon ton politico e soprattutto a quel senso dello Stato che nessun tatticismo, nessun calcolo di bottega dovrebbe mai mettere in discussione. Il fatto stesso che il quotidiano diretto da Ezio Mauro racconti una vicenda così sconcertante senza censurane severamente la portata para-eversiva, è davvero un segno dei tempi e conferma quel che da tempo si sospetta: il Pd considera ormai i poteri terzi dello Stato – prefetture, autorità indipendenti, magistratura – come una propria pertinenza, il giardino di casa, l’albero da cui cogliere il frutto maturo da lanciare nella mischia spacciandolo per “altro” rispetto alla politica. La vicenda romana ha offerto un ampio spaccato di questa inquietante anomalia: prima gli sviluppi dell’inchiesta Mafia Capitale annunciati ad una manifestazione del Pd (ne ha scritto più volte il Foglio senza mai essere smentito), poi Matteo Orfini (ancora Repubblica) che legge la relazione sulle presunte infiltrazioni mafiose in Campidoglio prima ancora del prefetto Gabrielli e solo un paio di giorni fa la notizia di un vertice in procura sugli scontrini di Marino che puzzava lontano un miglio di indebita pressione sulle decisioni del sindaco.

Ma Cantone non può diventare uomo di fazione

Ecco, tutto questo è il Pd, il partito che ora non esiterebbe a candidare Cantone pur di riconquistare il Campidoglio senza minimamente chiedersi se una decisione tanto improvvida non finirebbe fatalmente per ridurre il capo dell’Anac all’ennesimo uomo di fazione “prestato” alla politica e mai più restituito alla sua originaria vocazione e per avvolgerne nella livida luce del sospetto l’intero percorso professionale. Chi mai, infatti, metterebbe più la mano sul fuoco a garanzia dell’imparzialità delle sue inchieste da magistrato e dei suoi atti da presidente dell’Anticorruzione senza timore di bruciarsela? Nessuno, evidentemente. Ecco perché osiamo sperare che di fronte al tentativo di arruolamento sotto le insegne del Pd (ma il discorso varrebbe per ogni altra sigla), Cantone non si limiti ad apparire blandamente riluttante ma diventi orgogliosamente e decisamente renitente.