Ora il Pd chieda scusa ai romani per Marino, il “re degli impresentabili”

Ma che ipocrisia questi del Pd: che Ignazio Marino avesse il “vizietto” di fare la cresta sui rimborsi spese era notorio, persino pubblico. Ne scrisse il Foglio di Giuliano Ferrara nel 2009 pubblicando la lettera di sette anni prima con cui Jeffrey A. Romoff – a nome dell’università di Pittsburgh – imponeva al peggio sindaco che Roma ricordi di dimettersi da direttore dell’Ismett, e da ogni altro incarico legato all’ateneo statunitense. Anche in quell’occasione fu una storia di ricevute e di scontrini a segnare il destino del “Marziano”. Una figuraccia per una nota spese di 8000 euro incassati due volte. Insomma, era già tutto previsto.

Candidato dal Pd nonostante il precedente di Pittsburgh

Con queste poco rassicuranti premesse davvero non si comprende come possa aver fatto il Pd – romano e nazionale – a consentirgli di partecipare alle primarie e a poi a sostenerlo nella sua corsa (vittoriosa) a sindaco di Roma. Per il partito di Renzi, Marino, più che un pessimo affare, si è rivelato una Waterloo sotto il profilo dell’immagine. Non è comodo trovarsi ad essere il partito del “re degli impresentabili” dopo aver ammannito lezioni di “bella politica” ed aver distribuito attestati di senso delle istituzioni a destra e a manca. Perché oltre la conclamata incapacità di Marino sul terreno amministrativo o la sua inconsistenza sotto il profilo politico, è proprio di questo che si tratta.

Tutto il mondo sa che Marino è un bugiardo

Tutto il mondo ora sa che Marino è un bugiardo matricolato, un Pinocchio che s’inventa cene con persone mai invitate, che se ne va a zonzo per il mondo e che s’imbuca nel seguito del Papa nella speranza di ricavarne una photopprtunity o una ripresa tv. Il tutto a spese dei suoi concittadini. È con questo tsunami reputazionale che ora Renzi deve fare i conti. Marino, che sembra fesso ma non lo è (almeno non del tutto), aveva visto l’onda del malcontento popolare incresparsi a dismisura. Per questo si è prima nascosto dietro i guai giudiziari del suo predecessore Gianni Alemanno e poi ha tentato la ridicola messinscena della trasparenza assoluta delle sue spese. Ma gli è andata male: per Alemanno l’accusa di mafia è praticamente archiviata mentre la pubblicazione on line dei suoi scontrini ha attirato più smentite che applausi sbugiardandolo oltre ogni ragionevole previsione. Ora non ha altra strada all’infuori delle immediate dimissioni mentre, di cotanto spettacolo, al Pd non resta che chiedere scusa ai romani e agli italiani.