New York “si inchina” ad Alberto Burri, grade mostra al Guggenheim

Si inaugura quello che è i newyorkesi considerano uno degli eventi culturali più importanti dell’anno nella Grande Mela: la grande mostra sul maestro Alberto Burri, un’antologica fortemente voluta nell’anno del centenario della nascita di uno dei grandi artisti del Novecento, medico, diventato pittore dentro un campo di prigionia americano, quello di Hereford, Texas, detto “degli irriducibili”, motivo per cui si guadagnò l’etichetta di “fascista”. E’ salita nell’ ultime settimane la “febbre” intorno al Guggenheim che ospita la retrospettiva molto attesa su Alberto Burri curata da Emily Braun. La mostra, con oltre cento opere, è la più ampia ed esauriente mai realizzata negli Usa da un museo di arte contemporanea. Per tale importante avvenimento sono state scelte opere molto significative dei maggiori cicli della pittura di Burri, concesse da istituzioni museali e collezioni private americane ed europee, nonché dalla stessa Fondazione di Città di Castello, che annuncia l’uscita del catalogo generale, il completamento del Cretto di Gibellina per il 17 ottobre ed un convegno internazionale a Perugia il 20 e 21 novembre. Oltre 100 opere L’esposizione, la prima in oltre 35 anni, si chiama «Alberto Burri: the trauma of painting», e sottolineerà come l’artista altotiberino «abbia attenuato – spiegano i curatori – la linea di demarcazione tra dipinto e rilievo plastico, creando una nuova poetica di dipinto-oggetto che influenzò direttamente il neodadaismo, l’arte processuale e l’arte povera». Emily Braun, distinguished professor presso l’Hunter College e il Graduate center della City University di NewYork, parla di Burri come di un «anello di transizione tra collage e assemblaggio», un artista che «raramente ricorreva all’uso della pittura e del pennello, prediligendo la lavorazione della superficie per mezzo di cuciture, combustioni e lacerazioni, per citare alcune delle sue tecniche. Ricorrendo a sacchi di juta strappati e rammendati, tele con gobbe in rilievo e plastiche industriali fuse, le opere di Burri alludono spesso a corpi umani, membrane e ferite, ma lo fanno attraverso un linguaggio totalmente astratto».

Alberto Burri amato negli Usa

Dice Richard Armstrong, direttore del prestigioso museo di New York, in sede di inaugurazione: «Stiamo ponendo l’accento su aspetti inediti relativi agli innovativi e sperimentali processi creativi di Alberto Burri. Rianalizzare le mostre e le pubblicazioni del Guggenheim dedicate a Burri nel secondo dopoguerra ci permette di approfondire la nostra storia con questo importante artista. Siamo lieti di poter celebrare il centenario della nascita di Burri attraverso questa importante retrospettiva». L’esposizione si svela al pubblico lungo le rampe del Guggenheim sia cronologicamente sia attraverso le fasi artistiche di Burri, riproducendo il percorso dell’artista attraverso vari supporti, superfici e colori. Nel corso della propria carriera Burri dimostrò infatti un particolare interesse alla storia della pittura, forte di un profondo legame con l’arte rinascimentale dovuto alla sua terra natale. La mostra sottolinea inoltre il dialogo con il minimalismo americano che ha plasmato le ultime opere dell’artista. Una sezione sarà dedicata all’imponente opera Grande cretto (1985–89), un memoriale in stile Land Art dedicato alle vittime del terremoto che nel 1968 colpì la cittadina siciliana di Gibellina. L’altro appuntamento del centenario in programma nel mese di ottobre è il completamento del Cretto di Gibellina, che avverrà sabato 17. Altre iniziative, in alcune città italiane come Teramo, Napoli, Cosenza e Firenze, sono in avanzato stato di progettazione. Nella primavera del 2016, a conclusione delle manifestazioni del centenario, a Città di Castello verrà organizzata una grande mostra in collaborazione con il Guggenheim. Praticamente un “copia e incolla” della mostra newyorkese. Manca all’appello Roma: Uno come Burri meritava un’appuntamento nella Città Eterna. Pretendere che il quasi ex sindaco Marino se ne acorgesse era un’utopia. Ma almeno il ministro Franceschini poteva fare quacosa di più…