CasaPound, gli arresti voluti da una “toga rossa”. Sarà mica faziosa?

Gli arresti dei ragazzi di CasaPound? Li ha ordinati un esponente di Magistratura democratica, il sostituto procuratore Eugenio Albamonte. Eppure nessuno ha avuto da ridire, né ha invocato la nullità del provvedimento come avvenuto per esempio, nemmeno una settimana fa, quando un giudice cattolico ha firmato la sentenza del Consiglio di Stato sulla nullità della nozze gay.

Md schierata sull’immigrazione

«Magistratura democratica nasce nel 1964. All’inizio di quel decennio inizia l’esperienza politica del centro-sinistra, con il suo carico di speranze», si legge sul sito di Md, che conclude sottolineando come «l’arretramento delle garanzie nei rapporti di lavoro e l’esplodere del fenomeno dell’immigrazione rendono di nuovo attuale la questione della tutela dei diritti fondamentali». Proprio per una questione legata ai diritti fondamentali e all’immigrazione sono stati arrestati i militanti di CasaPound: si sono schierati al fianco dei cittadini di Casale San Nicola, periferia nord di Roma, che dicevano no al centro di accoglienza per immigrati nella loro zona, in una struttura tra l’altro inadeguata ad accoglierli.

Le accuse contro i ragazzi di CasaPound

I militanti di CasaPound si sono presi le manganellate della polizia insieme agli abitanti del quartiere. O, per dirla tutta, si sono messi in mezzo tra i manganelli della polizia e gli abitanti del quartiere, fra i quali donne e anziani erano numerosi. A distanza di oltre tre mesi, era il 17 luglio, sono stati accusati di «concorso in resistenza aggravata a pubblico ufficiale, e, a vario titolo, di lesioni a pubblico ufficiale, porto di oggetti a offendere, nonché utilizzo di casco in occasione di manifestazioni in luogo pubblico». In sei, dopo essersi visiti comminare il daspo, sono stati messi ai domiciliari. In tre hanno l’obbligo di firma.

I “sinceri democratici” ora tacciono

Nessuno, si diceva, ha avuto nulla da ridire. Eppure l’elenco di quanti hanno dato vita a una vera e propria sollevazione contro Carlo Deodato, il giudice della sentenza sulle nozze gay, è lungo e composto non solo da sinceri democratici, ma da infaticabili attivisti dei diritti: dal capogruppo di Sel alla Camera, Arturo Scotto, che in quella occasione ha parlato di sentenza «fortemente influenzata dalle convinzioni individuali di un singolo giudice», al senatore del Pd Sergio Lo Giudice, che parlato di«un giudice che si arruola tra i partigiani della lotta contro i diritti dei gay».

Le valutazioni del pm

C’è però un “dettaglio” sottaciuto della vicenda: Deodato era solo il relatore della sentenza, che invece è stata emessa da cinque giudici collegialmente. Storia diversa per gli arresti dei ragazzi di CasaPound: sono stati ordinati dal solo sostituto Albamonte e poi approvati, sì, da un gip, ma in un meccanismo in cui di rado la richiesta del pm viene respinta. C’è infine un altro aspetto che fa differenza tra le due circostanze e che aggrava il silenzio di quanti si sono stracciati le vesti contro Deodato: la decisione del Consiglio di Stato è stata presa in coerenza con l’ordinamento giuridico italiano, era in qualche modo l’unica possibile; nel caso degli arresti la valutazione spetta al pm.

Come vanno interpretati gli arresti?

I parametri indicati dalla legge per ordinare una misura cautelare preventiva sono tre: pericolo di fuga, rischio di inquinamento delle prove, rischio di reiterazione del reato. A tre mesi e passa dai fatti, quale di queste circostanze ha spinto Albamonte a ordinare i domiciliari per i ragazzi di CasaPound? Le prime due sembrano da escludere. Resta la reiterazione. Vuol dire che dobbiamo aspettarci altre deportazioni di centinaia di migranti nelle nostre periferie e che le autorità vogliono avere le mani libere per fare “carne da macello” delle proteste degli italiani? O, forse, dobbiamo ipotizzare una debolezza ideologica del sostituto Albamonte? In fondo, se lo dicono i sinceri democratici che i magistrati possono essere faziosi, dobbiamo crederci. Perché, si sa, quanto a faziosità non si fanno parlare dietro da nessuno.