Berlino prepara un software per ricostruire i file segreti della Stasi

Nulla ricorda oggi le stanze fuligginose e male illuminate in cui gli uomini della Stasi, il famigerato servizio di sicurezza della Germania dell’Est, si affannavano per distruggere quel che potevano dei milioni di incartamenti sulle “vite degli altri”, raccolti nel corso di quattro decenni. Erano le notti successive alla caduta del Muro di Berlino e il tempo per far sparire almeno gli atti più sensibili era contato. Oggi, 25 anni dopo la Riunificazione tedesca, mezzo miliardo di frammenti di quelle carte sono la materia prima di un’opera da Guinness: la ricomposizione di un immenso “puzzle”, che da più di due decenni gli esperti cercano di ricostruire. E il lavoro, giunti a questo importante anniversario del quarto di secolo, può considerarsi ancora agli inizi. Alla Stasi sapevano che niente sarebbe rimasto come prima. Annientare tutto era l’ordine irrevocabile. Alcuni atti furono bruciati, altri resi illeggibili impastando carta e acqua in enormi sfere di cartapesta, altri ancora semplicemente triturati. Il 20 per cento – alcuni dicono il 50 per cento – andò distrutto. Rimasero gli atti intatti e i frammenti. Qualcuno ha stimato che ci vorrebbero 800 anni per rimettere tutto insieme. Ma ora un computer e un software promettono di accelerare i tempi.

Nella Germania comunista la Stasi spiava tutti i cittadini

Nell’edificio squadrato del vecchio ministero del servizio di sicurezza della Ddr a Berlino, è stata resa accessibile alla stampa estera l’ala in cui i responsabili dell’apposito ufficio federale custodiscono il delicato tesoro affidatogli dal nuovo Stato tedesco: gli atti della Stasi. Nel piano sotterraneo ci sono gli archivi: dossier custoditi in ordine alfabetico nei casellari. Ogni cittadino, facendo richiesta, può consultare il proprio. In alto, con le finestre affacciate sui tetti dei casermoni del quartiere orientale di Lichtenberg, Olaf Sobolewski, giovanotto biondino e occhialuto sulla trentina, coordina il gruppo di lavoro che prova a rimettere insieme il puzzle dei documenti perduti. A un tavolo siedono due esperti, un uomo e una donna, giovanissimi anche loro. Sparsi di fronte hanno centinaia di piccoli pezzi di carta, raccolti da sacchi di juta stracolmi di frammenti che sembrano coriandoli. Gli esperti dividono i pezzi del puzzle manualmente in mucchietti, separandoli per tipo di scrittura, carta, colore, poi li raccolgono in scatole speciali. «Il primo lavoro manuale è necessario per raccogliere i pezzi omogenei e rendere più semplice la successiva opera del computer», spiega Sobolewski. Da qualche tempo, infatti, l’operazione finale è affidata alla bontà dell’innovazione digitale: i pezzi del puzzle vengono scansionati, poi ricomposti attraverso le elaborazioni algoritmiche di un software creato dal Fraunhofer Institute. Prima c’erano solo le mani dell’uomo. Dal 2013 è arrivata la tecnologia a velocizzare il lavoro. Un sacco al mese, questo è quanto riescono a smaltire i nove addetti coinvolti nel progetto: «Avessimo più gente a disposizione potremmo andare più spediti, ma per ora ci accontentiamo», conclude Sobolewski.