Veneziani e la sua lettera d’amore all’Italia, questo «paese di merda»

Cari compatrioti, così ottimisti e così disperai Le quote rosa e le quote gay, gli sbarchi dei clandestini, le ripresine col premier prestigiato Nella sua «Lettera agli italiani» Marcello Veneziani tratteggia un popolo eroico e di cialtroni. Per capire se è proprio finita o se si può ricominciare. Per riprendere un discorso d’amore per il proprio paese, nonostante tutto. Si, per l’Italia, questo «paese di merda» dove vige al posto della meritocrazia la merdocrazia, e dove il merito finisce nel cesso e quella sostanza sale al potere. “Ho mandato – scrive su “Libero” – una lettera agli italiani, postandola in libreria, ho parlato a loro di loro, di come sono cambiati, a volte sono italieni, a volte italofoni, comunque espatrioti, italiani in fuga dall’Italia. Senza illusioni, guardando in faccia alla cruda realtà. L’Italia ci duole e ci fa un poco schifo, a volte lo schifo riguarda gli italiani stessi. E ancora non so se dobbiamo salvare l’Italia dagli italiani o gli italiani dall’Italia. Ma quel timbro d’italianità poi risale, nei nostri caratteri, nei nostri linguaggi, in ciò che siamo e mangiamo, in ciò che diciamo e pensiamo. E allora ho ripensato alla strana storia del mio paese, che è morto prima di nascere e che da secoli annuncia la sua fine e de scrive la sua decadenza con voluttà prima che con rassegnazione”.

L’Italia ci duole e ci fa un poco schifo, a volte lo schifo riguarda gli italiani stessi.

“Ho ripensato all’Italia e alla sciocca pretesa che la bellezza salverà l’Italia; ma la bellezza è statica e la bruttezza invece è dinamica; il bello sta, e perciò deperisce, il brutto avanza. Ci vuole energia per difendere la bellezza, da sola non basta. Ho confrontato l’Italia in alto coi potenti d’Europa e in basso coi disperati che sbarcano e ho ritrovato la sua identità proprio laddove altri vedono il suo declino. Mi sono accorto che all’Italia non si addice una vita normale, ma è un paese che muore e poi rinasce, e risorge, come è già accaduto altre volte. Perché l’Italia non è mai un presente ma un glorioso passato e può diventare un voglioso futuro. Intanto vivo, come molti di voi, questa voglia impotente di svegliare l’Italia e cambiare il suo corso, decorso, declino. Questa passione impedita di suscitare energie e rianimare il noi che riposa disfatto dentro di noi. Vorrei fare qualcosa per il mio paese ma non saprei cosa e come, da che parte, con chi”.

Una lettera “per” e non “contro”: per costruire l’Italia che verrà

Non ci sono ambiti ne comunità, solo sciami e solitudini. Vorrei dare qualcosa al mio paese, in ciò che so dare, ma sento, come molti di voi del resto, che non posso far nulla. Non la rabbia è impotente, come spesso si dice, ma la voglia di costruire e di mettere insieme è come interdetta, o cade nel vuoto. Quel voler dire con passione di verità, passione civile, e non poter dire perché non disponi di mezzi, sono chiuse le porte e spenti i sensori; il mercato, la macchina, i palazzi e gli arcigni custodi del conforme non lo consentono. Puoi solo borbottare improperi, esercitare l’arte dell’imprecazione o far brillare l’estetica del rifiuto, al più puoi sussurrare qualcosa a mezza voce, sapendo che ti potranno ascoltare solo i vicini. Ma non puoi cercare un ponte tra la realtà nuda e cruda e l’idea di plasmarla, non puoi costruire un ponte tra l’Italia reale e l’Italia ideale.