Un giudice: “Troppi magistrati sono omofobi. Toghe gay, uniamo le forze”

Omofobia. Non c’è giorno che non si scoprano ambiti, settori, categorie al riparo dall’omofobia. Dove ti giri, la trovi. Finora mancava all’appello la categoria dei giudici. A mettere le cose a posto, e a farci scoprire l’ennesimo universo della discriminazione, il labirinto del pregiudizio nel quale matura la paura e l’avversione irrazionale nei confronti dell’omosessualità, delle persone omosessuali, bisessuali e transessuali, ci ha pensato un  giudice campano. “Mi è stato riferito espressamente da alcuni colleghi magistrati che nelle cosiddette mailing list, all’indomani della sentenza di Strasburgo sui matrimoni gay, ci sono state numerosi posizioni ostili agli omosessuali e ai loro diritti. Credo faccia parte di una visione culturale che c’è in tutte le categorie. Che ci siano magistrati omofobi mi è stato riferito espressamente da questi colleghi”. Così – secondo quanto riferito in una nota – il giudice campano Edoardo Savarese, autore del libro “Lettera di un omosessuale alla Chiesa di Roma” e magistrato al Tribunale di Nola (Napoli), ospite dell’ ultima puntata di KlausCondicio, programma condotto da Klaus Davi, in onda su You Tube, che ne ha diffuso una sintesi.

In un libro il giudice Savarese denuncia la discriminazione

“In queste mailing list – nelle quali scrivono magistrati – mi è stato riferito di posizioni molto chiuse e ostili, conservatrici di tipo tradizionale anche rispetto alla famiglia”. Savarese – aggiunge la nota diffusa da Davi – ha auspicato anche la creazione di un’ associazione di magistrati LGBT sulla scia dell’associazione americana che riunisce i magistrati gay molto attivi sul fronte dei diritti civili. “A differenza di quanto accade negli Stati Uniti – ha aggiunto – i magistrati italiani che si dichiarano gay pubblicamente sono pochissimi. C’è molta diffidenza ed estraneità culturale rispetto a queste problematiche, tranne forse nella corrente di Magistratura Democratica che su questo punto si rivela maggiormente sensibile”. A suo giudizio “in questo momento storico in Italia, credo che non sia un fatto solo privato dichiararsi gay bensì è un desiderio di riconoscimento pubblico. Pubblico e privato si mescolano molto, c’è un gap culturale. Grazie a questo mio libro riscontro molta attenzione e stima da parte dei miei colleghi, c’è un movimento che forse si sta avviando”, ha aggiunto il magistrato. Così, grazie all’outing di un giudice in cerca di gloria, il “vuoto” è stato sanato. A quando la sfilata delle toghe al Gay Pride?