Ucciso a Tripoli il boss degli scafisti, la Libia accusa le Forze Speciali italiane

E’ giallo militare-diplomatico fra la Libia e l’Italia dopo un misterioso agguato mortale a Tripoli che è costato la vita al superboss degli scafisti della Jamahiriya, Salah Al-Maskhout, ex-ufficiale dell’esercito libico nell’era Gheddafi. L’imboscata nella quale è caduto Al-Maskhout, capo di una milizia di Zuwara e considerato molto vicino al presidente del Congresso libico, Gnc, Nuri Abu Sahmain, assume, di ora in ora, sempre più i contorni di una spericolata operazione di un commando di Forze Speciali per la dinamica dell’azione, le armi utilizzate, i proiettili ritrovati e, secondo i testimoni, anche la lingua parlata dagli uomini del team di 4 persone che hanno assassinato il boss della tratta dei migranti e anche 8 uomini particolarmente armati della sua scorta.
Tanto che a metà pomeriggio, dopo un rincorrersi di ipotesi e in un crescendo di illazioni, il presidente del Congresso libico, Gnc, Nuri Abu Sahmain, accusa esplicitamente l’Italia e, più in particolare, le «forze speciali italiane», di aver ucciso Salah Al-Maskhout. Pochi minuti dopo, a stretto giro, arriva la gelida replica, sia pur non ufficiale, della Difesa italiana: nessun coinvolgimento di militari italiani nell’uccisione del presunto boss del traffico di esseri umani Salah Al-Maskhout avvenuta a Tripoli.
Cosa è accaduto dunque? E chi è Salah Al-Maskhout?
Ex-ufficiale dell’esercito libico nell’era Gheddafi, Al-Maskhout è considerato il principale boss degli scafisti responsabile del traffico di esseri umani a Zuwara, in Libia. Proprio Zuwara è ritenuta una sorta di trampolino di lancio per i migranti che sperano di raggiungere l’Italia dalla costa libica con l’aiuto degli scafisti libici.
Nell’agosto scorso due barconi che erano partiti da Zuwara per portare in Italia circa 500 clandestini erano naufragati e la guardia costiera libica aveva lavorato tutta la notte per portare in salvo i passeggeri ma, alla fine, 200 persone erano risultate disperse. Fra loro migranti provenienti dalla Siria, dal Bangladesh e da diversi paesi dell’Africa sub-sahariana.
Zuwara è attualmente considerata la vera capitale del contrabbando della Libia, importante base degli scafisti, in particolare per la tratta dei migranti. Ed è finita sui giornali di tutto il mondo proprio negli ultimi tempi, soprattutto, dopo la tragedia del mese scorso, quando centinaia di profughi sono annegati in mare aperto e molti corpi di disperati sono stati poi restituiti dalle onde sulle rive – le tragiche immagini dei cadaveri dei bimbi sul bagnasciuga hanno fatto il giro del mondo. In questo contesto è andata crescendo l’insofferenza e la rabbia verso gli scafisti tanto della popolazione locale quanto del regime di Tripoli che vedeva con imbarazzo questo coinvolgimento della zona nel traffico di esseri umani.
Di fatto le milizie locali hanno dichiarato una vera e propria “guerra” agli scafisti con il sostegno della gran parte della popolazione.
E’ in questo contesto di forti tensioni sociali che è maturato l’omicidio del boss e della sua scorta. Ma molti sono i punti della vicenda che appaiono incomprensibili.
Salah Al-Maskhout, che controlla buona parte degli scafisti libici, è stato sorpreso da un commando di 4 killer che i testimoni non hanno esitato a definire “professionisti” e che lo ha freddato mentre stava lasciando la casa dei parenti nei pressi del Centro Medico di Tripoli.
Al-Maskhout era pesantemente scortato da un drappello di guardaspalle e gorilla ma non è servito a nulla quando il team di 4 uomini armati ha messo in piedi un posto di blocco sulla strada vicino all’Alfornaj Gas station di Furnaj, nei pressi del Tripoli Med Center, affrontando il gruppetto. Secondo alcuni testimoni il commando avrebbe cercato di sequestrare il capo degli scafisti, ne sarebbe nata una sparatoria fra i due gruppi avversi ma Al-Maskhout e gli otto uomini che erano con lui sono stati sopraffatti e uccisi dal team forse per coprirsi la fuga dopo che il sequestro era fallito.
Sia la dinamica dell’agguato – una vera e propria operazione militare – sia le armi utilizzate, sia il modo in cui il team dei killer ha sparato ed è poi riuscito a esfiltrarsi sano e salvo ha suggerito che si trattasse di professionisti molto ben addestrati ad operazioni militari di questo tipo, quasi si fosse trattato di elementi delle forze speciali.
Gli aggressori, che non sono stati identificati, si erano inizialmente appostati per cogliere di sorpresa il boss degli scafisti libici. Tutto il team che ha aggredito Al-Maskhout e i suoi 8 uomini di scorta è riuscito a fuggire indenne dopo l’agguato senza riportare vittime. Ma quello che ha fatto immaginare ad un’azione delle forze speciali è che mentre le guardie del corpo dell’ex-colonnello di Gheddafi erano armate di micidiali Kalashnikov semiautomatici e sono stati annientate, il team di aggressori impugnava tutte armi corte, pistole e mitragliette. A rendere ancora più confuso lo scenario dando sostanza a un giallo militare-diplomatico che sta mettendo in subbuglio le ambasciate, il fatto che i proiettili ritrovati dopo la sparatoria non sarebbero di tipo comune mentre alcune fonti locali sosterrebbero che alcuni membri del team parlassero in inglese e, addirittura, italiano.
Secondo il Dipartimento investigativo di Tripoli e i medici legali che hanno esaminato il cadavere del boss degli scafisti, «i proiettili utilizzati per uccidere Salah Al-Maskhout sono di calibro 9mm, quelli in dotazione alle forze di sicurezza americane e alle guardie della sede diplomatica americana». E, oltretutto, l’uomo «è stato colpito al cuore», e ciò confermerebbe l’esecuzione da parte di “professionisti”. I testimoni che hanno assistito alla sparatoria, citati dai media locali, dicono con certezza che «i killer non erano libici». Ma anche la Farnesina, questa volta in maniera ufficiale, «smentisce categoricamente la notizia di qualsiasi coinvolgimento di Forze Speciali italiane in Libia apparsa su mezzi di informazione in relazione alla vicenda di Salah al-Maskhout».