Profughi cristiani: quelle torture e quelle morti dimenticate dai giornali

FacebookPrintCondividi

Nessuno parla dei profughi cristiani in fuga, come se nelle note a piè di pagina della storia migratoria descritta giorno per giorno da stampa e tv, ci fosse un preciso rimando all’idea di un racconto di serie A e di uno di serie B: o almeno, così sembra stando alla cronaca di clandestini e rifugiati in cerca di asilo che, giorno dopo giorno, resoconta storie di disperazione che nei fatti – più o meno taciuti – sono drammaticamente parallele a quelle riportate minuto per minuto su siriani e iracheni in fuga, immigrati islamici sfuggiti alla grinfie del Califfo e dei suoi miliziani del terrore. Una storia tragica, quanto trascurata, insomma, quella dell’esodo di cristiani considerati evidentemente “figli di un Dio minore”, che scappano da Asia e Africa, in balia di scafisti e torture esattamente come e quanto tutti gli altri compagni di sventura. E come loro, prede di trappole mortali di cui, però, nessuno parla, di cui nessuno denuncia e sottolinea l’orrore: unica eccezione da segnalare, un ampio servizio dedicato al tema da il Giornale, e firmato non a caso da Gian Micalessin, espertissimo inviato di guerra che tra reportage e documentari, tra mujaheddin afgani al fronte contro l’esercito sovietico e aree di crisi e di conflitto del mondo (dall’Iraq alla ex Jugoslavia, dall’Algeria al Ruanda del genocidio dei Tutsi, passando per le linee di confine del conflitto russo-ceceno), di sterminio e morte se ne intende: e non poco…

Profughi cristiani in fuga, una storia di serie B?

«Te lo raccontano gli assiri cristiani di Qamishli, la città del Nord-Est siriano circondata dal Califfato e ingabbiata, dall’altra parte, dalle frontiere sbarrate di una Turchia complice degli jihadisti», scrive il Giornale, che poi prosegue: «Solo per questo l’Italia, Paese sede e simbolo della Cristianità, dovrebbe muoversi, garantire una via di fuga, a chi, pur credendo nel nostro stesso Dio, non può sperare d’imbarcarsi su un barcone libico e rischia la testa quando tenta d’avvicinarsi al confine turco». Così, sono tante anche se meno conosciute, le storie crudeli di profughi cristiani ammassati su gommoni, insultati, aggrediti, scaraventati in mare e abbandonati tra le acque al loro destino di morte. Storie di “ordinaria tragedia” che i media non raccontano, almeno non con la dovizia di particolari con cui vengono illustrati altri drammi, altre morti.

Profughi cristiani tra decapitazioni e rapimenti

Ma non è solo in mare che i profughi cristiani trovano la morte. Come dimenticare – e perché archiviarlo frettolosamente nelle teche della memoria – le immagini diffuse a febbraio dallo Stato Islamico della decapitazione di 21 egiziani cristiano copti sulle coste di Sirte. Quei fotogrammi dell’orrore, ampiamente rielaborati e strumentalizzati ad arte, non sono stati i primi, e non saranno neppure gli utlimi, replicati – fin qui almeno – ad aprile con l’esecuzione di circa una trentina di etiopi cristiani. E seguito dal dramma, datato giugno, dell’esecuzione di due cristiani eritrei e del rapimento di altri 75. La Libia, in questo contesto, è noto essere diventata fronte dell’espatrio e picentro di disperazione e morte in quanto via di fuga principale per i migranti provenienti da Africa e Medioriente e – come scrive Micalessin sul Giornale, «una pista della morte quando ad attraversarla sono i profughi cristiani. Una realtà descritta anche da Amnesty Internationale che, come riporta il servizio di Micalessin, ha denunciato come «i migranti e i profughi cristiani in Libia – scrive l’organizzazione in un rapporto dello scorso maggio – sono particolarmente a rischio perché in balia dei gruppi armati decisi ad imporre la propria interpretazione dell’Islam. In Libia i cristiani, nigeriani, egiziani, eritrei ed etiopi sono stati rapiti, torturati, uccisi o maltrattati a causa del loro credo». Un credo che, evidentemente, li rende agli occhi della storia, prima, e dei media, poi, “figli di un Dio Minore”…