Muro anti-migranti, Orban non si ferma: anche i detenuti al lavoro

Muro anti-migranti, Orban recluta anche i detenuti per la sua costruzione: da adesso in poi la barriera eretta per arginare il flusso degli arrivi dei profughi istituzionalizza il pugno duro di Orban mirato a contenere il flusso massiccio e ininterrotto degli arrivi. Così, anche i detenuti sono stati mobilitati per terminare la costruzione di quello che è diventato il simbolo dell’immane ondata di profughi che ha messo a dura prova sistemi e codici della Ue, costringendo ad aggiornare limiti e contorni deglia accordi in vigore, rivelatisi inefficaci e non conformi alle eclatanti necessità del momento.

Muro anti-migranti

Anche in questi giorni, infatti, e senza interruzione, lo scenario che si presenta in Ungheria è quello di migliaia di profughi in marcia per chilometri che si accalcano per salire sui bus diretti non si sa dove. Il girone infernale di Rozske, al confine meridionale dell’Ungheria, è sempre più inquietante, e i migranti si danno alla fuga nei campi di granturco per evitare di essere identificati e venire bloccati dagli agenti disseminati sul territorio per cercare di stringere il cerchio della sicurezza intorno a una situazione che rischia di degenerare di nuovo da un momento all’altro. Un marasma che Orban crede evidentemente di risolvere anche erigendo il muuro della discordfia che tante polemiche ha suscitato nell’ultimo periodo.

Detenuti al lavoro

I carcerati ungheresi erano entrati nella vicenda del muro anti-migranti di Viktor Orban già a luglio: a loro era stato chiesto di produrre i materiali necessari per costruire la barriera anti-migranti: pali, reticolato e filo spinato. Da 24 ore i detenuti vengono fatti radunare davanti a due tende a pochi metri dal muro. Lì ricevono le indicazioni operative. Sono una cinquantina, tutti in uniforme grigia. Un gruppo viene inquadrato in linee da dieci e inviato a piedi verso l’area dove la barriera non è stata ancora ultimata. Avanzano tra due ali di poliziotti, seguiti da militari armati di Ak47 e da due camion per il trasporto di materiali e persone. Marciano e avanzano. A un centinaio di metri scorre la linea ferroviaria, da settimane interrotta, da cui passano i profughi. In molti, quando vedono i blindati della polizia nei pressi de campo di raccolta organizzato dai volontari, si danno alla fuga nei campi per evitare identificazione e fotosegnalazione. Corrono, nonostante il terreno sia stato trasformato in una pista di fango dalle piogge di questi giorni. Si annidano sotto gli alberi. Alcuni si accampano al coperto, altri sfilano a testa bassa.

Flusso ininterrotto

Ma, muro anti-migranti o meno, i profughi sono arrivati lì da Horgos, in Serbia, dopo aver sostato in un campo di transito. A un crocevia scendono a decine e decine da ogni mezzo disponibile messo a disposizione dalle autorità serbe, che hanno più volte sottolineato che per loro «i profughi non rappresentano un problema, né tantomeno una minaccia». Il flusso di mezzi carichi di migranti è impressionante, con una cadenza di pochi minuti uno dall’altro. La polizia serba monitora la situazione, e i migranti ringraziano calorosamente gli agenti prima di mettersi in cammino sui binari. Poi iniziano a marciare sotto la pioggia. L’afflusso record dalla Serbia all’Ungheria delle ultime ore scatena una nuova calca per salire sugli autobus diretti nei centri di accoglienza. E di lì a poco, domina una sola certezza: tra poco si ricomincerà tutto da capo.