«Il mio Paese mi fa male»: nel suo nuovo libro Veneziani evoca Brasillach

È in uscita in questi giorni nelle librerie il nuovo libro di Marcello Veneziani, Lettera agli italiani. Per quelli che vogliono farla finita con questo Paese, per l’editore Marsilio. Veneziani, 60 anni, di Bisceglie, è una delle voci più rappresentative della destra italiana. Laureatosi in Filosofia a Bari, iniziò a lavorare nel giornalismo da giovanissimo, per il Tempo e il Giornale d’Italia. A soli 26 anni divenne direttore del prestigioso gruppo editoriale Ciarrapico-Volpe-La Fenice, curando la pubblicazione di numerosi libri storici e politici. Veneziani è uno dei massimi esperti di Julius Evola, sulla cui figura ha scritto libri e articoli. Successivamente approda alla Rai, continuando a collaborare con i maggiori quotidiani italiani. Ha fondato numerose riviste, tra cui ricordiamo Pagine libere di Azione sindacale, l’Italia settimanale, Omnibus. Ha ricevuto numerosi premi giornalistici e scritto decine di libri. Questo Lettera agli italiani è un po’ una summa, un bilancio di tanti anni di politica, attiva e osservata, dalla quale traspare delusione, ma anche speranza.

Veneziani è autore di numerosi libri storici, politici e filosofici

Per dirla con le sue parole: «Voglio bene all’Italia anche se mi fa male vederla così. Voglio bene all’Italia anche se è davvero malata, ma questo è un motivo per amarla di più. La vedo tutt’altro che eterna e possente, la vedo fragile e assente, molto invecchiata; la vedo stanca e spaventata, la maledico, ma è una ragione di più per darle il mio fiato. Perché l’Italia non è solo una Repubblica. L’Italia è mia madre. L’Italia è mio padre. L’Italia è il racconto in cui sono nato. L’Italia è la lingua che parlo, il paesaggio che mi nutre, dove sono i miei morti. L’Italia sono le sue piazze, le sue chiese, le sue opere d’arte, chi la onorò. L’Italia è la sua storia, figlia di due civiltà, romana e cristiana. L’Italia è il mio popolo e non riesco a fare eccezioni, quelli del Nord, quelli del Sud, quelli di destra o di sinistra, i cattolici o i laici. Ho preferenze anch’io, ma non riesco a escludere per partito preso. Non escludo chi parte e nemmeno chi arriva. L’Italia è il ragazzo che va all’estero, l’Italia è l’immigrato che si sente italiano. Ho gerarchie d’amore; amo prima e di più chi mi è più caro e più vicino, come è naturale. Vorrei che l’Italia fossero pure i figli dei miei figli. Vorrei poi che l’Italia premiasse i migliori e punisse i peggiori, ma voglio che resti Italia. Con l’Europa o senza. Repubblica vuol dire che l’Italia è di tutti e lo spirito pubblico prevale sull’interesse privato. Ma dire Repubblica è troppo poco, c’è una parola più adatta: Patria. L’Italia è la mia casa, è il ritorno, è l’infanzia, il cielo e la terra che mi coprirà». Insomma, come disse Robert Brasillach, «il mio Paese mi fa male».