Marò, Gentiloni cerca di salvare la faccia a Renzi, ma non ci riesce

Marò, dal governo ancora tante chiacchiere: se davvero l‘arbitrato internazionale è l’ultima carta da giocare sul tavolo processuale per riuscire a riportare definitivamente a casa i due fucilieri di Marina, senza spade di Damocle pendenti sulle loro teste (come i permessi provvisori per malattia), vuol dire che le speranze e le illusioni legate alla risoluzione finale del caso sono concentrate su una possibilità che suona davvero come l’utlima spiaggia…

Marò, l’ultima spiaggia dell’arbitrato

Dopo gli imperdonabili errori tattici commessi dal governo Monti, e dopo l’inutile temporaggiamento dell’esecutivo Letta, il ricorso all’arbitrato internazionale perseguito da Renzi ha propagandato un’illusoria idea di interventismo positivo sulla vicenda, che però si è andata immediatamente a scontrare, prima con il muro di oppositività eretto dall’India di Modi alla proposta, e poi con la prima sentenza emanata nelle scorse settimane dal Tribunale del Mare di Amburgo che, respingendo la richiesta italiana di revoca delle misure detentive imposte da oltre tre anni ai due ufficiali di marina, e sospendendo ogni iniziativa in essere a New Delhi per decretare il principio giuridico che spetteràa all’Aja decidere nel merito della vicenda processuale, non ha fatto altro che allungare ulteriormente i tempi. In tutto questo, però, il ministro degli esteri Gentiloni, anche in queste ore, ha ribadito il suo ottimismo sulla questione – quasi una voce fuori dal coro –  e nel corso di un’intervista rilasciata a Sky Tg24 ha dichiarato: «Penso che l’arbitrato internazionale sia la strada giusta. Il governo la perseguirà con coerenza, convinto che attraverso questa strada le nostre buone ragioni possano prevalere». Più che la “strada giusta”, allora, forse sarebbe meglio dire che è l’unico percorso fin qui intrapreso da tre anni a questa parte, quando nel frattempo si sono avvicendati ben tre governi di centrosinistra. L’ultima possibilità di uscita da un tunnel lungo e buio rimasta in gioco..

I tempi si allungano

«È un giudice, non a Berlino, ma un giudice internazionale, colui che credo abbia tutti gli elementi per giudicare nella giusta direzione, anche se naturalmente avrà bisogno di alcune settimane per essere costituito», ha spiegato il ministro che poi, toccando il tasto debole della tempistica, ha aggiunto: «Vedremo. Adesso siamo ancora nella fase di costituzione della Corte che dovrà giudicare su questo caso, perchè il tribunale internazionale dell’Aja prevede che si crei una corte apposita per giudicare il caso dei Marò». Del resto, già all’indomani del verdetto di Amburgo, esperti giuristi avevano messo in guardia sull’inevitabile ricaduta negativa che la sentenza del Tribunale del Mare avrebbe avuto sui tempi giudiziari necessari. Se consideriamo poi che – come sottolineato da Gentiloni – «gli avvocati nostri e delle parti indiane stanno discutendo tra loro, insieme al presidente del Tribunale del Mare, sulle caratteristiche di questi giudici», si capisce quanto l’intricato caso dovrà ancora essere scandagliato a fondo prima di arrivare all’agognata fine. «Bisogna mettersi d’accordo su dei giudici che diano garanzia di indipendenza alle diverse parti. Quindi è una procedura che porterà via qualche settimana», ha non a caso, forse troppo ottimisticamente aggiunto, il titolare della Farnesina. Del resto, la decisione del governo di ricorrere all’arbitrato internazionale è arrivata anche tardivamente, dopo che si sono defintivamente spente le illusorie speranze che delle missioni “segrete”, (neanche poi tanto se sono state tempestivamente rivelate dai giornali), potessero risolvere una volta per tutte la vicenda… Una vicenda che, tra avvicendamenti e rinvii giurisdizionali, beghe diplomatiche e strategie fallite, è ancora lontana dall’essere risolta, con buona pace dei due sventurati marò, in ostaggio delle autorità indiane e in attesa di un giudizio che tarda ad arrivare, continuando a congelare le loro vite, e quelle delle loro famiglie.