L’integrazione? Chiacchiere. Basta vedere che cos’è accaduto in Spagna

Èmile Durkheim la chiamava “anomia”. Per Ferdinand Tonnies il tema riguardava piuttosto la sfera comunitaria, ossia quell’insieme di vissuto individuale che poi sfocia in un sistema collettivo, basato su una fusione di volontà e non sull’adesione generalizzata a regole di carattere impersonale. Stiamo parlando dell’integrazione. Più esattamente della sua carenza. Il tema torna in primo piano osservando la Catalogna, il risvegliarsi di mai sopiti sentimenti autonomisti e indipendentisti, quella spinta nazionalista che preoccupa tanto il Continente e che trova altrove, in Europa, non poche analogie. Territori che si smembrano e rivendicano sovranità; che si sentono stretti, imprigionati, annullati nell’ambito di uno Stato unitario e se ne vogliono distaccare. Popoli, con le loro storie, culture e tradizioni, che non riescono ad assimilarsi. Nonostante lo scorrere del tempo, lo scandire dei secoli. Sentimenti profondi che riaffiorano impetuosi. In Spagna, appunto, come nel Belgio, in Gran Bretagna, nella Slesia. Venti che scuotono anche la nostra penisola. C’è una domanda che affiora. Una domanda scomoda, di quelle che fanno irrigidire le vestali del politicamente corretto, e che pure andrebbe posta senza infingimenti. Se si vuole trovare una risposta agli egoismi latenti, alle chiusure, al rinserrarsi in quel che più ci appartiene e più sentiamo nostro per identità, patrimonio ereditario, ius sanguinis, discendenza. Ebbene, l’interrogativo è: se dopo secoli di vita in comune, gli spagnoli di Barcellona continuano a sentirsi diversi dagli spagnoli di Madrid, come possiamo pensare che possano assimilarsi europei e maghrebini, indiani e francesi, popoli sub-sahariani e popolazioni mediterranee ? Qui, non c’entra il razzismo. Persino tra gli immigrati di provenienze diverse esistono riluttanze reciproche, visioni e culture differenti, difficilmente conciliabili. Ecco perché integrazione rischia di diventare un termine sfuggente, ambiguo, retorico. Insomma, non basta dire Integrazione perché tutto funzioni alla perfezione. Come non basta dire Solidarietà, perché tutti ci si senta improvvisamente più buoni. Nel mondo reale, sono le regole, le norme, e non le parole vuote di significato, che possono dare un senso alla umana convivenza tra gli essere umani. Al contrario, comprimere le identità, mortificare l’autonomia e limitare i diritti di chi vive in casa propria, è un insulto alla intelligenza. Un sopruso che, prima o poi, ci presenta conto.