Fuori dall’ipocrisia: combattere l’Isis significa guerra di civiltà: ecco perché

È “politicamente scorretto” parlare di Guerra di civiltà. Non si può dire che la guerra contro il fondamentalismo islamico è una guerra di civilità. Lo vanno ripetendo tutti gli intellettuali più o meno organici alla sinistra; lo ripetono i nostri politici di governo, i leader dei partiti non solo di sinistra ma anche quelli cosiddetti moderati. Lo dice anche Papa Francesco: non si può dire. E invece si, va detto! Poiché i fatti contano più delle opinioni, sono stati molto istruttivi gli interventi dei testimoni e soprattutto i documentari sulle persecuzioni in Iraq e in Siria, ma che sono praticate in molti altri paesi del mondo, dal Pakistan alla Nigeria alla Somalia e fino a qualche giorno fa anche in Egitto, contro i Cristiani ma anche contro i Curdi, gli Armeni e gli Yazidi. Opporsi alle decapitazioni , alle uccisioni sistematiche, alle violenze più umilianti, tutto ciò è guerra di civiltà.

Chi ha paura di chiamarla guerra di civiltà?

E civiltà opporsi alla distruzione degli antichi monumenti della città di Palmira o dei reperti millenari di Ninive, così come è guerra di civiltà punire gli assassini dell’ex direttore ottantenne del Museo di Palmira perché era riuscito a nascondere, mettendolo in sicurezza, un patrimonio inestimabile. La testimonianza al meeting di Rimini il 23 agosto scorso di Douglas Al-Bazi, parroco di Mar Eillia ad Erbil, città irachena sulla linea di fuoco degli scontri, è inconfutabile. Capo di una comunità dove vivevano 130.000 cristiani, oggi ridotti a circa 85.000 tra uccisioni e fughe, egli ha affermato senza sconti che l’Islam sciita è quello, che non ci sono mediazioni, che si può solo combattere e fermare. La radice di quella dottrina è perfettamente coerente con le azioni dell’Isis e dei suoi combattenti. Ed è la stessa dinamica che nei secoli scorsi portò i combattenti islamici ad occupare la penisola balcanica con scempi e distruzioni sino ad arrivare al famoso Assedio di Vienna dove furono fermati per molti anni e alla fine sconfitti. È la stessa che portò alla Battaglia di Lepanto dove furono le navi della Repubblica Serenissima di Venezia a fermare l’aggressione. Siamo ancora lì: questo non significa che tutto l’Islam va combattuto anzi, in mezzo al mondo islamico, non solo sunnita, ci possono essere molti alleati, ma va detta la verità, quella prevista già qualche anno fa da Oriana Fallaci che con grande lucidità ha descritto ciò che oggi sta puntualmente accadendo.