Ecco le fabbriche dei bambini in India meta del turismo delle coppie gay

La “fabbrica dei bambini” di Gurgaon, il polo tecnologico di New Delhi, è in un’anonima palazzina a due piani, tra un dedalo di viuzze, con sullo sfondo i grattacieli delle multinazionali. Un portiere in divisa, dietro una grossa scritta “reception”, controlla l’ingresso. Sedute sui gradini ci sono un paio di donne con il “pancione” che cercano un po’ di fresco nell’afoso pomeriggio. Siamo nel Vansh Surrogacy Center (VSC), uno dei tanti centri di maternità surrogata dell‘India, una tecnica di fecondazione assistita che permette alle coppie sterili di avere figli “affittando” a pagamento l’utero di una donna, come ha fatto, per esempio, il cantante gay Elton John con il compagno David Furnish.

Anche il gay Elton John si è servito della maternità surrogata

L’India è uno dei pochi Paesi al mondo, insieme a Russia, Ucraina, Nepal, Grecia e alcuni stati americani, in cui questa pratica è legale.
Grazie al basso costo e alla disponibilità di madri surrogate, il “surrogacy tourism” è l’ultima frontiera del turismo medico nel subcontinente indiano.
All’inizio era concentrato nella città di Surat, in Gujarat, ma con gli anni si è spostato nelle ricche cliniche di Mumbai e di Gurgaon.
Tuttavia, la legge che dovrebbe regolare il settore è ferma in Parlamento da cinque anni. Si stima ci siano circa 20.000 centri dove si può “affittare” un utero, ma solo 270 sono registrati presso l’Indian Council for Medical Research (Icmr) unica autorità di riferimento.
Questa industria, valutata in oltre 2 miliardi di dollari all’anno, è quindi oggi una specie di “giungla” dove prosperano medici corrotti e mediatori senza scrupoli che sfruttano povere donne analfabete pronte a mettere a rischio la salute (e anche la reputazione) per soldi.

Con 21.000 euro si affitta l’utero di una madre surrogata in India

A dirlo in un’intervista all’Ansa è lo stesso titolare del VSC, Bajrang Saharan, che nel 2010 lo ha aperto definendolo «il più grande e affidabile» di Gurgaon. Ora come ora ospita 22 donne incinte. Tre di loro portano in grembo embrioni di coppie straniere (australiana, americana e canadese). «Altri cinque genitori stranieri – dice Saharan – sono in lista di attesa». Nell’ufficio dove ci riceve ci sono i dossier delle madri surrogate e quelli dei genitori biologici, compresi i casi di gravidanza falliti, che sono il 40 per cento in media.
«Qui tutto è trasparente – spiega orgoglioso mentre ci mostra i contratti con clienti e donne – e operiamo alla luce del sole. Non mi interessa cosa dice la stampa. A me basta vedere la felicità nei volti delle coppie quando hanno il bambino».
Il “pacchetto” completo, comprensivo della fecondazione in vitro (in ospedali di fiducia), vitto e alloggio per nove mesi nel centro, i controlli medici e il parto, costa circa 600-700.000 rupie per gli indiani (8.500 euro) e 1,5 milioni per gli stranieri (20.700 euro circa). Il compenso per la donna è di 275.000 rupie (3.800 euro) più 20.000 (270 euro) di “bonus”.
«So di mediatori che intascano commissioni del 100 per cento – spiega Saharan – perché pagano pochissimo le madri surrogate e non hanno alcuna spesa. Dopo la fecondazione le rimandano nelle loro case, che sono spesso in bidonville, in condizioni igieniche precarie e senza una dieta adeguata».

Le madri surrogate provengono dall’India più povera

Nella clinica, invece, le mamme sono in camere da due letti, assistite da uno staff di 15 persone, tra cui un cuoco, un medico e anche uno psicologo sempre a disposizione.
«Facciamo capire che è come un lavoro – aggiunge – e che dopo possono tornare a casa con la somma pattuita».
La maggior parte proviene da povere famiglie nelle campagne intorno a New Delhi. C’è chi ha bisogno di soldi per pagare le cure di familiari malati o chi vuole “fare la dote” alla figlia. Lo scorso anno, una superstar di Bollywood, Shah Rukh Khan, aveva rivelato che il suo ultimo figlio AbRam era nato da una una madre surrogata.
«Da allora sono arrivate tante richieste – continua – tant’è che abbiamo una lista di attesa di due mesi».
«Ma i tabù persistono e la mia stessa famiglia – conclude Saharan – non accetta che io faccia questo lavoro. Sono convinto che invece così si fa del bene a coppie sterili e a chi ha problemi finanziari. Ma è essenziale che sia approvata una buona legge e che siano fatti controlli sui centri».