Dopo la strage dei parà scrisse “a Kabul -6”: milanese a processo

Due giorni dopo l’attentato di Kabul, in Afghanistan, del settembre 2009 in cui morirono sei parà italiani per l’esplosione di un’autobomba, aveva scritto “- 6” su un cartellone pubblicitario e su un muro nel corso di una manifestazione. Con le accuse di vilipendio alle Forze Armate e imbrattamento, un giovane antagonista è stato mandato a processo con un decreto di citazione diretta a giudizio emesso dalla Procura di Milano. L’imputato, tra l’altro, nel novembre 2010 era già stato prosciolto dalle stesse accuse con sentenza di non doversi procedere, perché all’epoca non era stata richiesta dalla Procura l’autorizzazione a procedere del Ministero della Giustizia necessaria in un procedimento per il reato di vilipendio alle Forze Armate. Nei mesi scorsi, invece, l’autorizzazione è stata richiesta ed è arrivata a Milano e la Procura ha, quindi, disposto un nuovo processo a carico dell’antagonista. Il giovane, Paolo P., milanese di 26 anni, noto frequentatore di ambienti anarchici, è difeso dall’avvocato Eugenio Losco, e stando alla nuova imputazione formulata dal pm Alessandro Gobbis, andrà in dibattimento il 13 ottobre davanti alla terza sezione penale. Per il legale non ha senso procedere dopo 6 anni dai fatti contestati per un reato di opinione. «Al di là del giudizio ormai storico sull’utilità e le conseguenze dell’intervento italiano in Afghanistan – ha detto l’avvocato Losco – mi chiedo che senso abbia procedere a distanza di quasi sei anni per un reato di opinione».

La strage dei parà del 17 settembre 2009

Il 17 settembre a Kabul un ordigno artigianale, come spiegò il capo di Stato maggiore della Difesa Vincenzo Camporini, fece saltare in aria il blindato Lince su cui viaggiavano i nostri militari, scagliandolo a 34-50 metri di distanza. Nell’attentato morirono sei paracadutisti della Folgore e quattro rimasero feriti: persero la vita il tenente Antonio Fortunato, il sergente maggiore Roberto Valente e i primi caporalmaggiori Matteo Mureddu, Davide Ricchiuto, Massimiliano Randino, e Giandomenico Pistonami. Durante le indagini si scoprì che, per gli inquirenti, era stato molto di più di un attentato di un kamikaze. Piuttosto un’imboscata studiata nei minimi particolari, con l’ingresso sulla scena di uomini armati che hanno sparato per poi subito dileguarsi. Una scelta per colpire i nostri militari impegnati nella missione Isaf in Aghanistan.