Denuncia choc: Google in Italia paga meno tasse di un supermercato

Google nel nostro Paese paga meno di tasse di un grande supermercato. La notizia è di quelle che sorprende visto che lo Stato italiano spreme come limoni i contribuenti italiani. In 13 anni di attività in Italia Google avrebbe pagato al fisco appena 12 milioni di euro di tasse. Si tratta di un cifra minima rispetto al fatturato “reale” del’azienda, stimato in modo prudenziale dall’Agcom in circa 490 milioni nel solo ultimo esercizio. A fare i conti in tasca alla succursale italiana del colosso di Mountain View, Google Italy Srl, è Altreconomia. Secondo il mensile tra il 2002 e il 2014 la filiale del colosso del web ha corrisposto all’erario 12,08 milioni e realizzato, nello stesso periodo, utili ancor più bassi (10,6 milioni). Google, già finito nel mirino del fisco, non solo nella penisola ma anche a livello europeo, è il primo «operatore attivo nella raccolta pubblicitaria online in Italia», dove detiene «una quota superiore al 30%», come ha ricordato l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni nelle Relazione annuale 2015. A differenza di altre fonti, per le quali il fatturato pubblicitario in rete sarebbe superiore ai 2 miliardi di euro, l’Authority ha quantificato in 1,63 miliardi l’ammontare dei ricavi. Di conseguenza il 30% sarebbe pari di circa 490 milioni. Il fondatore di Google, Larry Page, ha un patrimonio che sfiora i 30 miliardi di dollari ed è uno degli uomini più ricchi del mondo. 

I soldi di Google Italia? Quasi tutti a Dublino

 

Sul tema delle tasse nell’inchiesta di Altreconomia emerge poi, dall’ultimo bilancio di Google Italy Srl, un «confronto» tra management e collegio sindacale sul tema del “transfer pricing”, ossia l’alterazione dei prezzi di vendita praticati nelle operazioni infragruppo che punta a trasferire i redditi da un Paese come il nostro a quelli a fiscalità agevolata, come l’Irlanda, dove ha sede la consociata della filiale italiana. Dei 54,4 milioni di ricavi 2014 (+10% sul 2013) di Google Italy oltre il 97% proveniva da Dublino (Google Ireland Ltd), frutto di «rapporti di natura commerciale con altre società facenti parte del gruppo». Vuol dire che la filiale che opera nel nostro Paese incamera minime commissioni dall’Irlanda, mentre l’ammontare complessivo finisce a Dublino. Il meccanismo continua a funzionare, a dispetto delle modifiche normative. La più recente risale alla Legge di stabilità 2014 e stabilisce che le società che operano nel settore della raccolta di pubblicità online devono usare indicatori di profitto diversi da quelli applicabili ai costi sostenuti per lo svolgimento della propria attività. A parere di Daniel Lawrence Martinelli, referente del Cda della Srl che ha firmato la relazione sulla gestione, la nuova regola avrebbe fatto sorgere «inevitabili incertezze» capaci di «comportare effetti rilevanti sulle determinazione dell’imponibile fiscale della società». Diverso il parere del collegio sindacale: per applicare la norma ha «chiesto durante le verifiche e via email la documentazione di transfer pricing che non è stata fornita».