Cantone contro lo strapotere delle toghe. Ma la stampa lo snobba

Magari uno si aspettava che dopo l’intemerata anti-Anm-Csm-Md-TrattativaStatomafia di Raffaele Cantone alla festa dell’Unità, raccolta e raccontata dal Foglio diretto da Claudio Cerasa, la cosiddetta stampa che conta si fosse buttata a corpo morto sul clamoroso outing del capo dell’Anticorruzione. Magari un altro s’illudeva che dopo vent’anni di guerra combattuta da Berlusconi contro il resto dei poteri costituzionali e non solo, con governi caduti e realizzati – è il caso di dire – per “procura”, qualche importante testata degnasse di un minimo di approfondimento le pepate parole del personaggio simbolo del renzismo giudiziario. Invece niente, zero tituli, se si esclude la risentita replica del presidente dell’Anm, Rodolfo Sabelli, confinata però dal Corriere della Sera in un pudico taglio basso e per di più a pagina 21.

Cantone: «Le correnti sono il cancro della magistratura»

Un gelo che è già di per sé una notizia: non ne parla Repubblica, né la Stampa e neppure il Fatto diretto da Marco Travaglio, solitamente sensibile al richiamo della foresta togata. Ma il loro è un silenzio “cantatore”. E si capisce: stavolta a definire un «cancro» le correnti della magistratura («resto iscritto alla mia solo perché è quella fondata da Giovanni Falcone») non è il Cavaliere di Arcore, così come a dirsi «non rappresentato» da un Anm «che si batte per mantenere 45 giorni di ferie» non è un magistrato in pensione come Piero Tony, autore di “Io non posso più tacere”, il libro-galeotto che ha propiziato lo sfogo di Cantone, ma è – appunto – Cantone in persona, toga celebratissima e «di sinistra» (ipse dixit), più volte indicato come la più giovane “riserva della Repubblica”, il cui nome ha persino fatto da rassicurante sfondo al toto-Quirinale prima che Renzi decidesse di rilucidare un ossidato Sergio Mattarella. Ed è Cantone che oggi svela la propria refrattarietà al «settarismo» di Magistratura Democratica e che declina pubblicamente la propria disillusione nei confronti del principio dell’obbligatorietà dell’azione penale, ridotto a nobile paravento dietro cui è invece in agguato la tentazione della selezione dell’indagine e quindi la discrezionalità se non, addirittura, l’arbitrio del pm. Insomma, di carne sul fuoco ce n’è parecchia per capire sin da ora che dal capo dell’Anticorruzione non arriva solo fumo.

Ma per molti suoi colleghi è ormai la foglia di fico del governo

È altrettanto vero, tuttavia, che in questi anni le fazioni militanti della magistratura hanno dimostrato di saper agire anche come potere organizzato contro chiunque osasse contestarne i limiti organizzativi, la bulimia politica e la rendita di posizione. Agli occhi di quei suoi colleghi che concepiscono la propria funzione come “contropotere” rispetto alla politica, con il suo outing Cantone ha confermato quel che essi da tempo sussurravano e cioè che l’incarico di presidente dell’autorità Anticorruzione lo ha ormai catapultato sulla barricata opposta, quella del governo di cui è visto, nel contempo, come essere braccio esecutivo e foglia di fico. Un po’ come capitò a Falcone quando decise di lasciare Palermo per venire a Roma in veste di collaboratore del ministro Claudio Martelli. Altri tempi, certo. Ma se a oltre vent’anni da allora c’è ancora una toga (e non un Berlusconi) a dire che la magistratura così com’è non va e non funziona, un motivo ci sarà. Peccato che alla “grande stampa” interessi poco.