Le amnesie di Renzi all’Onu: perché tace sulle esecuzioni in Arabia?

Caschi blu della cultura, esemplari interventi di peacekeeping, impegno italiano nella lotta al terrorismo. Gran piazzista Matteo Renzi nel suo intervento all’assemblea generale dell’Onu, ma anche molto distratto. Troppo. Big tra i big, al Palazzo di Vetro il premier italiano ha discettato di geopolitica, ha parlato di accoglienza, ha denunciato l’orrore dell’Isis alle porte dell’Occidente, ha persino citato i nomi di quei «bambini di cui nessuno parla» («Diabam, Salvatore, Idris Ibrahim, Francesca Marina. Sono alcune e alcuni dei bambini nati a bordo delle navi della Marina militare italiana e della Guardia costiera»), ma si è ben guardato dall’accendere i riflettori sulla lunga scia di sangue e di condanne a morte che si consumano in Arabia Saudita. Numeri da pelle d’oca: tra il 1985 e il 2013 oltre duemila persone sono morte  sotto la scure del boia. Da agosto 2014 a giugno 2015 le decapitazioni sono state, secondo Amnesty International, 175, una ogni due giorni. Ultimo caso in ordine di tempo quello di Ali Mohammed al Nirm, condannato a morte lo scorso maggio e ora in attesa dell’esecuzione (sarà decapitato, crocifisso e lasciato marcire al sole).

Renzi e la memoria selettiva

A notare “la svista” di Renzi (memoria selettiva?) è stato Paolo Mieli che, nel suo editoriale dal titolo Il silenzio italiano sui sauditi, ricorda il ben altro comportamento dei nostri cugini d’Oltralpe. «Il presidente francese François Hollande non solo ha mandato i caccia a bombardare le basi dell’Isis in Siria, ma si è anche solennemente pronunciato perché sia salvata la vita di Mohammed al Nimr, il presidente del Consiglio italiano, Matteo Renzi, non ha fatto né una cosa, né l’altra». Mieli dice di capire la prudenza di Renzi che ha determinato «la scelta di non correre il rischio di provocare un secondo caso Gheddafi», ma di non riuscire a comprendere i motivi del mancato pronunciamento sull’Arabia Saudita. «Tanto più – aggiunge polemico il giornalista – che il giornale del Pd, l’Unità, si è meritoriamente impegnato in questa battaglia civile. Scriviamo «meritoriamente» perché in generale la pena di morte fa notizia (soprattutto sulla stampa di sinistra)  solo quando è inflitta negli Stati Uniti. Se invece è eseguita in un Paese arabo, che è o potrebbe essere nostro alleato o partner commerciale, allora ci si distrae».

La storia di Ali

Ali Mohammed al Nimr, nipote di un famoso oppositore sciita al regime dell’Arabia Saudita, aveva 17 anni quando, nel febbraio 2012, venne arrestato per aver preso parte a una manifestazione nella provincia di Qatif,  poi è stato condannato a morte il 27 maggio scorso. Da Renzi davanti all’assemblea delle Nazioni Unite neanche una parola. Il Corriere della Sera ricorda anche che la metà dei decapitati in questi anni sono stranieri «i quali, non disponendo di un adeguato servizio di interpreti, mediante tortura venivano indotti a firmare confessioni per loro incomprensibili. Il ritmo delle esecuzioni si è intensificato al punto che nel maggio scorso è stato pubblicato un bando per il reclutamento di otto nuovi “funzionari religiosi” da adibire al taglio delle teste». Ma Ali non è l’unico. Un altro caso scandaloso (che Renzi ha dimenticato) è quello del blogger Raif Badawi, incarcerato a Gedda dove deve scontare una pena a dieci anni di prigione. Il tutto su una base d’accusa di apostasia per aver cliccato “mi piace” su una pagina Facebook di arabi cristiani e per aver mosso qualche critica (che nella sentenza viene definita «insulto») ad alcune personalità politiche e religiose.