All’Eliseo di Barbareschi “Una Tigre del Bengala allo zoo di Baghdad”

Luca Barbareschi inaugura il “suo” Eliseo parlando di guerra, vista come incubo dell’umanità. In un mondo ”senza Dio, che o è morto o è completamente pazzo”. È il tema di ”Una tigre del Bengala allo zoo di Baghdad’‘ dell’americano di origine indiana Rajiv Joseph, portato al successo a Broadway da Robin Williams e che ora ha riaperto con una serata a inviti per il mondo dello spettacolo il Teatro Eliseo di Roma con la nuova gestione di Luca Barbareschi, che di questo lavoro è protagonista e regista (si replica sino all’11 ottobre). Un testo curioso, drammatico, eppure scritto in modo lieve e col protagonista, la tigre appunto del titolo, che muore nella prima scena, trasformandosi in un fantasma che osserva il mondo sconvolto e allucinato attorno a se con uno sguardo stupefatto e indignato. Ma in questo lavoro sono tanti i fantasmi che appaiono, perchè i nostri fantasmi interiori, quelli che nascono dalla nostra mente, sono sempre più forti della realtà e, assieme, ne sono un frutto, un riverbero. C’è quindi la tigre che appare e diventa ossessione sino a far impazzire Kev, il militare americano che l’ha uccisa, dopo che ha staccato con un morso la mano al suo commilitone Tom. C’è Kev che, dopo essersi suicidato, appare a Tom che lo aveva maltrattato. C’è Uday, il figlio sadico di Saddam Hussein, che Tom aveva ucciso nel suo palazzo, il quale compare a perseguitare Musa, ora traduttore per l’esercito Usa, ma che era stato suo giardiniere e aveva visto violentata e martoriata a morte proprio da Uday la giovane sorellina, il cui fantasma compare anche tra i due. Il sangue che gronda sul petto e il ventre di tutti gli uccisi a segnare una morte violenta, la guerra, la sopraffazione e la paura trasformano gli uomini, modificano la loro vita in un incubo da cui nessuno si salva, se non il mite Musa, con l’animo da artista e mani che creano e non vogliono uccidere, anche se lui stesso si troverà istintivamente a farlo una volta. La tigre, col suo filosofare, il dichiararsi atea, il prendersela con la prosopopea dei Leoni, che per questo sono finiti tutti uccisi, si interroga, lei che ha sbranato senza problemi anche due bambini, sul valore della violenza e come vada valutata quando nasce da una crudeltà che è istintiva e nell’ordine delle cose della natura, che è quella dell’animale e in certi casi parrebbe anche quella dell’uomo, se non è in grado, come Musa, di resistere, di credere in sé, lui che aveva creato un giardino che pareva un Eden ma si era rivelato un inferno. Joseph insomma affronta il tema della guerra da un punto di vista umanistico, non di denuncia politica, e mette assieme, talvolta in modo un po’ troppo semplice, momenti di cronaca di guerra non facili da restituire a teatro con altri visionari e surreali, con i primi, anche se spesso troppo agitati e urlati, che trovano un senso e una denuncia nei secondi. Così a far vivere il tutto sono la tigre incanutita, gran capigliatura e barba incolte, di Barbareschi che interviene con i suoi riflessivi, ora candidi, ora irati monologhi sorridendo sotto i baffi o con gli occhi di fuoco, attorno e sugli avvenimenti; Kev e Tom ai quali cercano di rendere senza risparmiarsi le loro diverse rabbie e fragilità Andrea Bosca e Denis Fasolo, e la figura esemplare, forte e indifesa, del Musa di Marouane Zotti, che parla anche arabo come Houssein Thaeri (Uday), Nadia Kibout (donna irachena) e Sabrie Khamiss (in varie parti, compresa la sorella di Musa), tutti molto applaudi alla fine, mentre Barbareschi chiamava sul palco anche tutti coloro che in pochi mesi hanno ristrutturato e fatto ripartire le due sale dell’Eliseo.