Torna in carcere il rom “liberato” dalla Kyenge: sorpreso mentre rubava

«Sapevamo perfettamente dei suoi precedenti ma mi sono battuta per i suoi diritti», parola di ex ministro. L’ex ministro è Cecile Kyenge. Il personaggio in questione è tale Senad Seferovic, venticinquenne nomade, beccato dai carabinieri mentre, con altri cinque compari, nomadi anche loro, trasportava un carico di rame appena rubato. Un bottino da circa 40mila euro. Ma chi è Senad Seferovic e perché la notizia del suo arresto non può passare sotto silenzio? Semplice. Perché questo giovanotto, insieme al fratello Andrea, fu al centro di una vivace polemica non molto tempo fa. Una storia tutta da raccontare. Una storia che mostra, ove ce ne fosse ancora bisogno, quali siano i limiti nel funzionamento della giustizia nel nostro Paese e  quanto sia deleteria la pratica buonista e permissiva di certa sinistra nostrana, una pratica di cui l’allora ministro fu superba interprete. Veniamo al racconto. I due nomadi, all’epoca del Governo Letta,  vengono pescati senza documenti e  spediti nel Cie (Centro di identificazione ed espulsione) di Sant’Anna a Modena. Gli inquirenti ne chiedono il rimpatrio. Lo prevede la legge. Invece arriva la pervicace opposizione della Kyenge. Il ministro si batte per tirarli fuori dal Centro e restituire la “libertà” ai due fratelli. Il sigillo ufficiale lo mette, poi, il giudice di pace di Modena il quale, invece di applicare la legge come avrebbe dovuto, si appella alla coscienza e dà ragione al ministro avvalendosi del fatto che, non essendo mai stati naturalizzati in Bosnia Erzegovina, i due non avevano alcun documento.

Kyenge si batté contro la richiesta di espulsione della Questura

Incredibile: la Questura chiede l’espulsione perché i due hanno una sfilza di precedenti penali, un ministro si oppone e un giudice di pace mette la firma per mandarli in giro, per farli tornare a delinquere, liberi di rubare. La storia non finisce qui. Ora, il nomade “liberato” dalla Kyenge torna al Sant’Anna con l’accusa di furto aggravato e resistenza al pubblico ufficiale. E l’ex ministro che fa? Continua a fare l’eroina dei  presunti “diritti” calpestati nei confronti di un delinquente. Di più, ammette persino di essere stata, a suo tempo, perfettamente a conoscenza dei precedenti illustri a carico di cotanto furfante. Oltre una scriteriata concezione dei diritti individuali e collettivi da garantire in uno Stato degno di questo nome, la Kyenge ci offre così una generosa dimostrazione di come si sia presa gioco degli italiani. Quanto al giudice che le ha dato ragione, è lecito chiedere come si possa lasciare alla “coscienza” di un giudice di pace una decisione in materia di espulsione. Cose che accadono soltanto da noi. Ritenere che l’Italia sia ancora la patria del diritto suona, ormai, come un insulto alla intelligenza.