La rivolta dei formaggiai del Parmigiano: «Basta, così ci strozzate»

Strozzati dalla Gdo, la Grande Distribuzione Organizzata, i piccoli produttori di Parmigiano Reggiano, uno dei prodotti dell’agroalimentare italiano più richiesti, chiudono i battenti. E con loro soffocano anche gli allevatori che producono latte da stalla. Una dopo l’altra le storiche aziende che producono, attraverso le ricette secolari dei monaci benedettini del XII secolo tramandate di generazione in generazione, le forme di Parmigiano Reggiano Dop, cadono sotto i colpi di una guerra commerciale non dichiarata che impone ai 380 caseifici e ai 3500 produttori di latte da stalla il prezzo deciso dalla Grande Distribuzione e dai commercianti: 7 euro al chilo per un prodotto, il Parmigiano Reggiano Dop, che poi arriva sugli scaffali anche a 24 euro al chilo al consumatore finale con un markup esagerato, quasi il 250 per cento “guadagnato” dalle Gdo, semplicemente facendo trading, sulle spalle di contadini, allevatori e aziende produttrici. Che ora alzano bandiera bianca. Quei 7 euro al chilo non riescono più a coprire neanche i costi affrontati per produrre le forme di Parmigiano, figuriamoci guadagnare. Dice: è la globalizzazione. Va bene. Forse ci sono anche errori  commerciali da parte delle aziende che vorrebbero consorziarsi per fare massa critica e pesare di più nei rapporti con i compratori, quelle grandi catene che schiacciano i contadini e le piccole aziende agricole. Ma, alla fine, il vero problema è che in una specie di Monopoli agroalimentare la Gdo e i commercianti decidono di comprare o lasciare le forme di Parmigiano Dop. Prendere o lasciare. un gioco al massacro. Un risiko che sta togliendo ossigeno ai produttori. E anche agli allevatori che forniscono il latte da stalla necessario per fare il parmigiano.
I conti sono presto fatti: il latte italiano da stalla costa alle aziende produttrici 34 euro al quintale. Ma il volume della produzione italiana non riesce a coprire la domanda interna di latte e questo comporta l’importazione e l’approvvigionamento dai due maggiori produttori europei: dalla Germania, in particolare dalla Baviera, il cui latte costa ai caseifici 30 euro al quintale, e la Francia, in particolare la Regione delle Rhône Alpes, dalla quale arriva un latte che costa poco meno di 30 euro al quintale.
Per realizzare una forma di 40 chili occorrono 5 quintali di latte e, dunque, un costo di 170 euro solo di latte. Il che significa che il parmigiano costa al produttore – se utilizza il latte italiano da stalla – 4,25 euro al chilo solo di latte.
Poi ci sono da calcolare gli altri costi. Per far parte del Consorzio Parmigiano Reggiano, l’ente che li riunisce, le 380 aziende produttrici devono versare una fee di 6 euro a forma, una sorta di quota associativa che incide, per circa 15 centesimi al chilo e va versata prima di incassare i soldi della vendita visto che le forme di parmigiano devono stagionare da uno a 2 anni. A questo punto solo di costo del latte e di quota associativa al Consorzio, il Parmigiano sta costando al produttore 4,40 euro al chilo. Poi ci sono tutti gli altri costi di produzione, l’ammortamento dei macchinari e degli immobili, le tasse, gli operai, etc.
Il margine, alla fine, è bassissimo. Per molti, sempre di più, non vale la pena di proseguire nell’attività. E alla constatazione che sia meglio chiudere i battenti dei caseifici e delle stalle subentra anche l’amarezza allorquando i produttori vedono il loro parmigiano, quello stesso che gli è stato pagato 7 euro al chilo, finire sugli scaffali della Grande Distribuzione Organizzata a 24 euro al chilo.
Come se non bastasse, c’è poi la questione spinosa del Consorzio del Parmigiano Reggiano. Quando fatichi ogni giorno e ti metti in tasca due spicci è ovvio che finisci per fare i conti in tasca a chi ti drena i soldi. Non solo alla Gdo, dunque, ma anche a quel Consorzio che, grazie alle fee su ogni forma – quell’obolo di 6 euro a forma di cui dicevamo – incassa la bellezza di circa 20 milioni di euro per i 3,3 milioni di forme prodotte ogni anno dai 380 caseifici. Venti milioni di euro sono un bel tesoretto. Sopra al quale c’è seduto un signore, Giuseppe Alai che, da presidente al suo terzo mandato, longamanus delle cooperative bianche, è diventato il puntaspilli dei malumori dei formaggiai ma anche dei produttori di latte.
Le lagnanze sono molte e delle più varie. Un anno fa il direttore generale Riccardo Deserti, uomo di strettissima fiducia di Alai, è finito ai domiciliari a causa di un secondo ordine di custodia delle Procura di Roma – il primo arresto con l’accusa di corruzione era stato annullato – per una vicenda di documenti fatti sparire dal ministero delle Politiche Agricole.
Lo stesso Alai è incappato in una vicenda parecchio imbarazzante per uno che dovrebbe tutelare il Parmigiano Dop: si è scoperto che una società, la Itaca Società Cooperativa, presieduta dallo stesso Alai, era in affari, attraverso un’altra società mantovana, con l’azienda ungherese Magjar Sajt Kft che produce un similgrana e che avrebbe dovuto costruire a Correggio, nel cuore dell’Emilia, un gigantesco magazzino di undici piani per stagionare 500mila forme di formaggio. Ma non il Parmigiano Reggiano Dop. Ce ne sarebbe già abbastanza per porsi qualche domanda. «Non sapevamo di questa cosa», ha giurato Alai dimettendosi da Itaca Società Cooperativa proprietaria per il 36,42 per cento della Sofinc spa, socia, a sua volta, per il 27 per cento della Nuova Castelli spa la quale è socia, per il 20 per cento della Cheese Company srl unico socio della ungherese Magjar Sajt Kft. Un intrico societario che ha fatto insospettire ancora di più i formaggiai del Parmigiano Reggiano Dop.
Ma c’è di più. Tanto ai formaggiai quanto ai produttori di latte sta parecchio sugli stinchi la strategia adottata dal Consorzio di tutela del Parmigiano Reggiano di mantenere una produzione limitata per difendere – questo sarebbe il senso – il prodotto dalla concorrenza. E non è solo questo.
Appena 4 mesi fa il Consorzio ha approvato un bilancio con un milione di euro in perdita. E gli occhi si sono subito appuntati su una piccola srl, la I4S, società commerciale di cui, anche qui, è presidente lo stesso Alai, costituita dal Consorzio e che doveva avere una duplice mission: da un lato collocazione sui mercati esteri del prodotto e, dall’altro, conferimento all’aggiudicatario del nuovo Bando Agea per gli aiuti agli indigenti di migliaia di forme di Parmigiano. L’idea era quella da un lato di aumentare l’export – oggi si esporta solo il 30 per cento del Parmigiano Reggiano Dop – e, dall’altro, di contrarre la produzione.
Come al solito una cosa sono le idee e i buoni propositi, un’altra è la realtà del mercato. La I4S si è rivelata ben presto una voragine mangiasoldi, un pozzo senza fondo che ha inghiottito i soldi dei formaggiai. Alai da la colpa alla crisi e al crollo delle quotazioni sul mercato: «Ci sono annate migliori e altre peggiori», sospira con l’aria del vecchio contadino che guarda all’orizzonte aspettando un clima migliore. Ma i formaggiai e i produttori di latte sono tutt’altro che disponibili ad accettare queste scuse. Anche perché, scava scava, la questione si rivela un serpente che si morde la coda: Alai presidente del Consorzio che dovrebbe tutelare i produttori e presidente di I4S, la società commerciale che ha inghiottito qualche milione di euro è anche presidente del Banco Emiliano. Cioè l’Istituto che eroga i crediti alle aziende in difficoltà. Un conflitto di interessi grande come una forma di parmigiano da 132 milioni di chili.