Renzi vuol tagliare le tasse facendo deficit: sarà guerra con Bruxelles

Non siamo ancora all’ultimo appello, ma per il governo quella di oggi sulla crescita del Prodotto interno lordo è una verifica cruciale. Il premier, Matteo Renzi, e il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, puntano su una crescita dell’economia nel 2015 di almeno lo 0,7% rispetto all’anno scorso, un obiettivo realistico se l’Istat dovesse registrare oggi un Pii in aumento, nel secondo trimestre, di almeno lo 0,2%. Una crescita superiore, che gli istituti di ricerca non escludono a priori anche se ci credono poco, renderebbe un po’ più facili le prossime manovre di bilancio, così come un dato più deludente rischierebbe di complicare parecchio le cose. Per Renzi, tuttavia, l’accelerazione della crescita è un passaggio obbligato per la strategia di politica economica.

Meno tasse e meno spesa pubblica oppure più deficit? Il dilemma di Renzi

Il «tagliando» di oggi servirà a capire meglio come articolare la manovra, ma sarà proprio la spinta alla crescita a caratterizzare l’azione del governo dei prossimi mesi. A cominciare dalla messa a punto del piano triennale di sgravi fiscali, che verrà annunciato nei dettagli ad ottobre, insieme alla legge di Stabilità per il 2016. Il taglio delle tasse comincerà con la Tasi sulla prima casa, l’Imu sui macchinari e sui terreni agricoli, per 5 miliardi nel 2016, e proseguirà con 15 miliardi di tagli all’Ires nel 2017 e all’Irpef nel 2018, per un totale di 35 miliardi. Sono sgravi fiscali aggiuntivi, ma la loro capacità di imprimere un’accelerazione alla crescita prevista (l’1,4% nel 2016,1º,5% nel 2017, poi ancora un +1,4% nel 2018) dipenderà da come verranno finanziati.

Alla fine sarà Bruxelles a dire a Renzi cosa potrà fare

Se a coprirli – si legge su “Il Corriere della Sera” – saranno interamente i tagli alla spesa pubblica (che deprimono l’economia) l’effetto rischia di essere limitato, ma il governo punta a finanziare almeno una parte degli sgravi in deficit, e a capitalizzare l’impatto positivo sulla crescita. Il piano di alleggerimento fiscale, del resto, è proprio una di quelle riforme che possono giustificare tempi un po’ più lunghi per raggiungere il pareggio di bilancio, perché costano (in termini di minor gettito) e perché sul lungo andare favoriscono lo sviluppo dell’attività economica. Ma la riforma fiscale, che si completa con le nuove regole scaturite dall’attuazione della delega, non sarà l’unico nuovo capitolo del dossier sulle riforme che il governo presenterà a settembre alla Uè.