Migranti, i vescovi virano a sinistra e le chiese restano sempre più vuote

È certamente vero che la presa di posizione del segretario generale della Cei, mons. Nunzio Galantino, per quanto di inusitata veemenza, rientra a tutto tondo in quella libera manifestazione del pensiero riconosciuta agli ecclesiastici dal Concordato Stato-Chiesa del 1984, ma è altrettanto vero che definire «piazzisti da quattro soldi» due leader politici solo perché non se ne condividono i toni o le tesi sul tema dell’immigrazione è esercizio che Matteo Salvini e Beppe Grillo avrebbero potuto attendersi dai loro avversari politici non certo da uno dei capi dei vescovi italiani.

Galantino è entrato a gamba tesa nel dibattito politico

Che nell’organizzazione e nella comunicazione della Chiesa molte cose fossero cambiate, se ne sono accorte anche le pietre fin dall’elezione del Pontefice venuto «dalla fine del mondo». Papa Francesco non ha mai fatto mistero di non voler farsi schermare dal velo della diplomazia, cui ha dimostrato di preferire un linguaggio dirompente e spesso spiazzante per gli stessi cattolici. Ma il Papa è il Papa: parla al mondo e le traiettorie lungo le quali egli decide di dispiegare il filo del suo magistero sono note a lui e a lui soltanto. Per un vescovo italiano, fosse anche un “pezzo da novanta” come mons. Galantino, è diverso. In questo caso fanno premio i rapporti di buon vicinato con le istituzioni pubbliche ed anche lo sforzo di maggior comprensione verso fenomeni – l’immigrazione tra questi – che a torto o a ragione generano tra i cittadini insicurezza e paura. Di tanto il diretto interessato può chiedere conferma al cardinal Camillo Ruini, forse il più “politico” tra i principi della Chiesa, che non ebbe remore né timore a rinnovare sui temi della vita e della famiglia forme di collateralismo con il centrodestra berlusconiano, senza per questo avviare opera di implicita delegittimazione in danno di chi su quegli stessi argomenti professava idee opposte.

Se anche la Cei “scomunica” la ricerca del consenso

Ultima considerazione: qualcuno dovrebbe far presente a mons. Galantino che la ricerca del consenso in democrazia è esercizio tutt’altro che disdicevole. Se Salvini o lo stesso Grillo decidono di usare toni particolarmente esacerbati per manifestare la loro contrarietà alle politiche del governo e dell’Europa sull’immigrazione, è giusto che a sanzionarli (positivamente o negativamente non importa) sia il popolo con il voto e non un vescovo attraverso un anatema. Soprattutto perché  toni come quelli indirizzati ai leader della Lega e dei Cinquestelle raramente sono stati utilizzati contro i politici che sfilano ai gay-pride o che si battono per introdurre nella nostra legislazione le nozze omosessuali e l’eutanasia. E forse anche questo spiega perché le chiese sono sempre più vuote.