Mercati borsistici in subbuglio per la svalutazione del Yuan cinese

L’ obiettivo della People’s Bank of China (Pboc, la banca centrale cinese), che a partire da martedi’ scorso ha guidato la più’ imponente svalutazione dello yuan degli ultimi 20 anni, “e’ quello di lasciare che sia il mercato a decidere il tasso di cambio della valuta cinese e la Pboc si asterrà’ da interventi regolari sul mercato dei cambi”. Lo ha sostenuto Yi Gang, vice governatore della Pboc in una conferenza stampa  a Pechino. Nei giorni scorsi, secondo gli operatori la Pboc sarebbe intervenuta per contenere il calo della quotazione dello yuan. Il vice governatore ha aggiunto che il cambio lo yuan verra’ mantenuto ad un livello “più’ o meno stabile” e “ragionevole”. Nel corso della conferenza stampa Zhang Xiaohu, responsabile del dipartimento monetario della Pboc, ha affermato che la banca ha intenzione di aprire a “selezionate” solo sul mercato “offshore”. Il Fondo Monetario Internazionale (Fmi) in un rapporto diffuso all’inizio dell’anno, ha auspicato la fusione dei due mercati. La creazione di un unico mercato della valuta aperto agli stranieri aprirebbe la strada all’ inglobamento dello yuan nel “paniere” di valute forti usato dal’ Fmi per determinare il valore del Diritti Speciali di Prelievo, la valuta internazionale emessa dallo stesso Fondo.

La manovra sullo Yuan è “una guerra al dollaro”

La svalutazione della moneta cinese viene analizzata dagli analisti con una doppia chiave di lettura. C’è chi vede nella manovra della Banca centrale di Pechino il Pboc, il tentativo di riequilibrare l’economia del colosso asiatico rilanciando le esportazioni che, a luglio, hanno registrato un calo netto dell’8,3 per cento. Ma c’è , d’altro canto, chi vi intravede un segnale inviato al Fondo monetario internazionale per ottenere l’ammissione nel club esclusivo delle “valute di riserva”. A parere di Allen Sinai, capo economista della Decision Ecionomics di New York e consulente a suo tempo di Bush padre e di Clinton, la “mossa cinese è stata avventata e sbagliata”, perché “va contro il mercato globale aperto, libero e trasparente”. “Non siamo di fronte a una svalutazione competitiva, è qualcosa di più – spiega a Repubblica l’economista – è un gesto anacronistico che indica un forte dirigismo dell’economia cinese dietro il quale si cela qualcosa. Le conseguenze saranno a catena”. Insomma, “più di guerre di valute parlerei di una guerra generalizzata contro il dollaro”,conclude.