Dal Giappone con timore. Renzi: «Non ho più il consenso dello scorso anno»

Che l’aria intorno al suo governo non sia più quella dei mesi andati lo ammette persino il diretto interessato, Matteo Renzi («i dati del consenso non sono più alti come l’anno scorso»), mentre da Tokio raggiunge Kyoto a bordo dei celebrati treni giapponesi ad alta velocità, che tale circostanza possa indurlo a ricercare un dialogo con la minoranza interna, è un’eventualità che lo stesso premier lascia intendere essere molto remota, quasi inesistente. Sarà il contatto con la terra dei kamikaze o il contagio dell’epos dei samurai, fatto sta che il presidente del Consiglio annuncia battaglia contro i numerosi detrattori annidati nel Pd gli stanno rendendo la navigazione tormentata e l’approdo proibitivo.

Toni sprezzanti del premier verso i «gufi» del Pd

Renzi vi si rivolge con parole a dir poco sprezzanti e ne evidenzia l’irrilevanza rispetto all’obiettivo di ritardare o sabotare le riforme: «Le polemiche quotidiane della minoranza – ha spiegato – , che è una parte della minoranza di un anno fa e che nonostante i numeri non ha impedito di approvare le riforme, lasciano il tempo che trovano». Di fronte ai giornalisti che lo hanno seguito nella trasferta giapponese, il premier non rinuncia al giochetto di contrapporre ad una minoranza parolaia un governo, che manterrà l’impegno di «cambiare l’Italia».  E giù l’elenco delle leggi approvate o in via di approvazione, dal jobs act alla scuola, alle riforme istituzionali. Durante il viaggio lo raggiunge la notizia dell’approvazione definitiva della riforma della pubblica amministrazione. Immediato scatta il tweet («Un abbraccio agli amici gufi») con tanto di sfottò ai vari Cuperlo, Speranza, Bersani.

Renzi spinge la minoranza interna verso la scissione

Comunque sia e al di là delle guasconate, al premier i problemi non mancano. I toni sprezzanti usati autorizzano a ritenere che il premier voglia regolare tutti i conti non escludendo dall’orizzonte le elezioni anticipate al 2016. È evidente che sta cercando di stressare il Pd al solo scopo di evidenziarne l’inadeguatezza e costringerlo a scegliere: o adeguarsi e trattare una resa o imboccare la strada della scissione per risagomare i contorni di una sinistra sociale oggi eclissata dalla cura Renzi. Il quale, a quel punto sarebbe libero di imbarcare Alfano e Verdini su quel “partito della nazione” di cui tutti parlano ma che nessuno sa davvero che cosa sia.