Cda Rai, una pasticcio all’italiana voluto da Renzi. Parla Tiraboschi

Una tipica “vicenda all’italiana”. Così Michele Tiraboschi, giuslavorista e direttore del Centro Studi Marco Biagi, definisce in una intervista al Messaggero, la questione dei neo-consiglieri Rai che già percepiscono una pensione e quindi rischiano di svolgere gratuitamente il nuovo incarico in viale Mazzini.  Una bufera che non è certo un buon viatico per il il neonato Cda, battezzato da Renzi come una meraviglia di talento e trasparenza.

Il pasticcio Rai

«La legge in teoria è chiara e inequivocabile chi è entrato nel circuito pensionistico non può ricevere compensi per incarichi in enti pubblici o a partecipazione pubblica», spiega Tiraboschi, convinto anche che uscirà presto dal cilindro una deroga “ad hoc” per salvare i consiglieri. «Una legge – prosegue – voluta da Renzi e sbandierata, comprensibilmente, come una norma che avrebbe dovuto favorire un ricambio generazione all’interno delle pubbliche amministrazioni. Ed è curioso che chi ha fatto quella legge ora abbia scelto, fra gli altri, anche alcune persone che sono in pensione e che quindi a rigor di norma potrebbero svolgere il ruolo di consiglieri della Rai solo a titolo gratuito e per un periodo non superiore ai dodici mesi».

In arrivo la scappatoia

Siamo in Italia – osserva polemico il giuslavorista – e alla fine una scappatoia ce la si inventa. Basta, per esempio, una circolare del ministro della Funzione Pubblica che concede una deroga per il caso Rai o dà una diversa interpretazione della legge. E non siamo nel campo delle ipotesi. «Per come siamo abituati direi che non solo è possibile, ma addirittura probabile. Del resto di una simile situazione se ne era parlato per Tiziano Treu che da commissario dell’Inps sarebbe dovuto diventare presidente dello stesso ente. Poi la nomina non venne fatta, ma la soluzione di una deroga tramite circolare ministeriale era già stata battezzata». E in questo caso, come da copione, arriverà la pioggia di ricorsi e controricorsi. «E fra sei e sette anni, quando non servirà più a niente, sapremo chi aveva torto e chi aveva ragione».