Un anno senza Donato Lamorte, inarrivabile organizzatore del partito

Venerdì alle ore 18 si terrà nella chiesa di San Gabriele dell’Addolorata in via Ponzio Cominio 93 (zona Cinecittà) una messa in suffragio di Donato Lamorte. È un anno esatto infatti che Donato Lamorte ci ha lasciato. Eppure in pieno agosto, con tutti in ferie, lui è riuscito a riempire la chiesa di Don Bosco, a Roma Sud, zona dove aveva sempre abitato sin dal suo ritorno a Roma dall’Africa italiana dove era nato, dopo la guerra, dove aveva sempre abitato. Donato Lamorte, anima del Movimento Sociale Italiano, uomo di fiducia di Giorgio Almirante, consigliere provinciale del Msi e in seguito parlamentare di Alleanza nazionale, conosceva la macchina del partito meglio di chiunque altro. «I federali passano, Donato resta», si diceva scherzosamente ma non troppo ai tempi, quando Donato, impiegato della federazione romana del Msi, la più importante, era sempre presente malgrado i federali di rinnovassero. Lui era fedele solo al partito, la più grande ragione della sua vita. Da quando, intorno alla metà degli anni Quaranta, di ritorno appunto dall’Eritrea, aveva iniziato giovanissimo a frequentare la sezione Prenestino, divenendone l’anima, insieme con Enrico Cannone, Alberto Pompei, Ignazio Di Minica, Vittorio Sbardella, Gianfranco Rosci, Alberto Rossi, Angelino Rossi, l’ausiliaria Elia Porta e moltissimi altri. Negli anni Cinquanta era la più forte sezione del Msi della capitale, con oltre 500 iscritti. Donato raccontò che la sera ci si vedeva in sede e i combattenti della Repubblica Sociale Italiana raccontavano le loro storie ai giovani e gli insegnavano le canzoni. Poi conobbe Almirante, che lo pregò di occuparsi della segreteria politica, cosa che fece per decenni, anche quando ad Almirante subentrò Gianfranco Fini, nel 1987. Fini ebbe in lui la stessa fiducia che riponeva Almirante.

Donato fu sempre presente nella storia del Msi

Donato Lamorte era presente sempre: negli anni Settanta, quando i nostri ragazzi venivano assassinati nelle strade, negli anni del consenso, quando la destra di Alleanza Nazionale vinse le elezioni, negli anni del riflusso, nel Pdl, nella sfortunata esperienza di Futuro e Libertà, quando seguì Fini per fedeltà e coerenza più che per convinzione: lui lo sapeva che sarebbe finita male. Ma c’è sempre stato: negli ultimi anni aveva il suo ufficio nei locali della Fondazione Alleanza Nazionale in via della Scrofa, e non era raro vederlo, con l’ennesima sigaretta in mano, andare e venire. Molto vecchi camerati lo venivano a trovare, andava a pranzo regolarmente con i “vecchi” della sezione Prenestino, cercava sempre di aiutare tutti. Questo è un dato caratteristica che va ricordato: da sempre, dai tempi del Msi, cercava di aiutare chi aveva bisogno, ricorrendo ai suoi amici Marchio o Caradonna, sistemò decine di ragazzi nelle strutture pubbliche facendoli preparare ai concorsi o semplicemente segnalando loro che cercavano infermieri, portantini o autisti e bigliettai dell’Atac. Contemporaneamente si occupava delle liste, dei congressi, della propaganda, degli impegni del segretario. Nella buona e nella cattiva sorte lui fu sempre là, rispettando davvero il vecchio adagio di De Marsanich: «Non rinnegare, non restaurare». Parlava poco e lavorava sempre, in silenzio, sacrificando famiglia, interessi, riposo, all’altare del partito. Proprio per questo oggi Donato Lamorte manca a tutta una comunità: come sempre, è insostituibile.