Allarme Ebola a Torino: ricoverato un profugo africano con sintomi sospetti

Caso sospetto di Ebola all’ospedale Molinette di Torino. Un profugo gambiano si è presentato al pronto soccorso con febbre molto alta e altri sintomi giudicati possibili segnali del virus e per questa ragione è stato posto in isolamento. Medici e infermieri dell’ospedale venuti a contatto con lui sono stati sottoposti a profilassi. Il paziente è stato trasferito all’ospedale Amedeo di Savoia. Recentemente erano stati segnalati altri casi sospetti all’ospedale Molinette, ma tutti si sono rivelati falsi allarmi. A luglio, la sezione terza del Tar di Venezia ha accolto il ricorso presentato da alcune associazioni padovane e annullato la cosiddetta ordinanza anti-Ebola, come era stata chiamata, firmata dal sindaco di Padova Massimo Bitonci lo scorso ottobre. L’ordinanza prevedeva il divieto di dimora a persone prive di documenti di identità e di regolare certificato medico.

Ebola, il vaccino non basta

Sempre nei giorni scorsi è stato dato l’annuncio dell’efficacia piena del vaccino sperimentale anti-Ebola messo a punto dal National Institute of Health canadese e ora sviluppato dalla multinazionale Merck Sharp and Dohme. Ma Ebola, purtroppo, «non si può battere con un vaccino». A dirlo Fabrizio Pulvirenti, il medico di Emergency guarito dal virus e ormai noto come il “caso zero italiano”. «Si tratta di una grande conquista – ha detto il medico siciliano – ma va anche detto che un vaccino non potrà bastare a sconfiggere radicalmente questa terribile malattia». Le ragioni sono chiare: «La febbre emorragica da virus Ebola – spiega – è originariamente una malattia diffusa dai pipistrelli, e che trova il suo “habitat” nelle foreste. Il punto è che, in Africa, più si va avanti con una politica di disboscamenti su larga scala delle foreste, più ci si avvicina agli animali serbatoio del virus». Fondamentale, dunque, «sarebbe anche pensare – avverte Pulvirenti – a misure di tipo strategico e politico mirate ad una salvaguardia dell’ambiente, e che avrebbero come ricaduta la cancellazione alla radice del rischio massiccio di diffusione del virus in queste aree». I vaccini cioè, sottolinea, «possono contenere la diffusione della malattia, ma non eliminano il rischio che il virus possa ripresentarsi, in assenza, appunto, di misure anche di tipo strategico e ambientale».