A Obama gli anticomunisti cubani non servono più. E inizia anche a umiliarli

Bel problema ora per la Casa Bianca: il disgelo tra Washington e l’Avana, fortemente voluto dal presidente Obama, porterà sì molti vantaggi a entrambe le parti, e soprattutto alla politica estera di Obama, ma sta aprendo altri fronti. Nel corso della lunga guerra con Cuba, gli Stati Uniti si sono sempre appoggiati ai fuoriusciti cubani, ai balseros, a coloro che la dittatura castrista aveva costretto a lasciare tutto nell’isola. Oggi, con il nuovo corso obamiano, coloro che hanno sempre combattuto per la libertà e contro il comunismo, si vedono improvvisamente messi da parte per fare spazio ai nuovi amici di Barack, Fidel e Raùl. Tanto che gli Usa non inviteranno dissidenti cubani a partecipare alla storica cerimonia di alzabandiera nell’ambasciata americana all’Avana venerdì prossimo alla presenza del segretario di Stato John Kerry. Lo scrive l’agenzia Ap citando fonti vicine al segretario di stato e precisando che si tratta di un cambiamento della politica americana nei confronti dell’opposizione. Secondo le fonti si sta lavorando a un compromesso e Kerry dovrebbe incontrare gli attivisti in un alzabandiera di più basso profilo nel pomeriggio nella residenza dell’ambasciatore. Il candidato alla nomination repubblicana Marco Rubio, di origini cubane, aveva chiesto al segretario Stato di invitare alla cerimonia in ambasciata anche rappresentanti dell’opposizione, una proposta alla quale la dissidenza dell’isola aveva dato grande risalto. Ma la ragion di Stato ha fatto decidere altrimenti.

Il nuovo corso castrista di Obama non guarda in faccia a nessuno

Probabilmente si tratta di una richiesta specifica della diplomazia cubana, magari in occasione del compleanno di colui che fu dittatore dell’isola per decenni. Fidel Castro infatti si sta in questi giorni preparando a quello che è forse il compleanno più insolito della sua lunga vita: giovedì spegnerà 89 candeline, a ridosso della visita del segretario di stato John Kerry. All’Avana, la fiesta per l’ormai quasi novantenne lìder maximo è iniziata da tempo. Giovedì è per esempio in programma nei giardini della birreria La Tropical della città lo show musicale “Rumba grande per uomini immensi” dedicato non solo a Fidel ma anche a Hugo Chavez, il dittatore bolivariano del Venezuela scomparso due anni fa. Finita la rumba, poche ore dopo L’Avana sarà scenario di una nuova tappa nell’avvicinamento in corso dal 17 dicembre tra Cuba e gli Usa. Kerry sbarcherà nella capitale per una breve (appena qualche ora) ma storica missione, e cioè la cerimonia della riapertura dell’ambasciata Usa. La bandiera Usa tornerà in altre parole ad ondeggiare nella sede dell’ambasciata, a pochi metri dal celebre Malecon (lungomare) della capitale, in quella che rimarrà una delle immagini più emblematiche del disgelo tra i due Paesi. L’ultima volta che un segretario di Stato Usa si era recato all’Avana risale al lontano 1945: sono passati 70 anni. Kerry incontrerà il ministro degli esteri, Bruno Rodriguez, con il quale terrà poi una conferenza stampa, ripetendo così lo schema di qualche giorno fa in occasione della riapertura dell’ambasciata cubana a Washington. Fonti della dissidenza danno d’altra parte grande spazio a quanto detto in questi giorni da Marco Rubio, senatore della Florida e candidato alla nomination repubblicana per la Casa Bianca, il quale ha chiesto che Kerry inviti alla cerimonia in ambasciata anche rappresentanti dell’opposizione. Sullo sfondo della visita rimangono poi i tanti ostacoli ancora da superare affinchè Cuba e Usa possano normalizzare del tutto i propri rapporti, in primo luogo la cancellazione dell’embargo da parte di Washington. Poco si sa su quali siano la posizione e l’atteggiamento di Fidel di fronte a questa nuova fase dei rapporti tra il governo del fratello, il presidente Raùl Castro, e gli Stati Uniti, il Paese rivale di una vita contro il quale il lìder maximo si è battuto per decenni.