70 anni fa il mistero di Chandra Bose, l’anti-Gandhi che amava Mussolini

Settant’anni fa moriva in circostanze che definire oscure è un eufemismo il leader nazionalista indiano Chandra Bose, a soli 48 anni. Bose, insieme al Mahatma Gandhi, fu uno dei due grandi indiani che si batterono per l’indipendenza dagli inglesi, ma furono divisi dalle scelte diverse per ottenere la libertà. Bose non vide il concretizzarsi del suo sogno, perché morì nell’agosto del 1945, pochi giorni dopo la resa del Giappone. Non c’era più posto nel mondo per un amico di Mussolini e di Hitler, e che per giunta aveva combattuto contro gli inglesi sul fronte birmano. In India ancora oggi Bose è popolarissimo, è ricordato in numerosi monumenti e il premier Modi è un suo sincero estimatore. Le sue ceneri riposano in un tempio induista di Tokyo, dove furono portate pochi giorni dopo la sua misteriosa morte e dove sono rimaste. Bose d’altra parte era a bordo di un aereo giapponese quando precipitò sull’isola di Formosa, da dove era partito diretto in Cina. Nato nel 1897 nell’Orissa, nel nordest dell’India, Chandra Bose già nel 1921 si dedicava alla lotta indipendentista, diventando leader dell’ala estrema dell’Indian national Congress. Gli inglesi lo arrestarono, dicono le cronache, almeno 11 volte. Nel 1933 fu espulso dal Paese. Bose si recò in Europa, conoscendo Mussolini e Hitler e traendo ispirazione dai loro governi per una lotta efficace al dominio inglese. Apprezzava il patriottismo di Mussolini, ma non il razzismo di Hitler, anche se poi stabilì il suo quartier generale a Berlino e dette vita a una Legione indiana delle SS. Tornò in India nel 1938, dove fu nominato presidente del Partito del Congresso, carica dalla quale fu però costretto a dimettersi per le diversità di vedute con Gandhi e con l’altro leader Nehru. Quello che di Gandhi non riusciva ad accettare era la dottrina della non violenza e anche la teoria della spartizione della colonia inglese in diversi Stati, essendo Bose un sostenitore dell’unità indiana. Abbiamo visto poi che lea spartizione sanguinosa dell’India in tre Stati ci fu, proprio come volevano gli inglesi. Anche Rabindranath Tagore era un suo estimatore. Nel 1940 gli inglesi lo imprigionarono di nuovo ma riuscì a fuggire e andò in Germania, da dove organizzò la lotta anti-inglese in India.

Nel 1943 Bose organizzò un esercito indiano che combatté con l’Asse

Nel 1943 a bordo di un sommergibile tedesco raggiunse il sudest asiatico e iniziò una stretta collaborazione con i giapponesi, dando vita all’Indian national Army, forte di centomila soldati, che combatté contro l’impero soprattutto in Birmania. Nella regione convinse migliaia di indù che si erano arruolati con gli inglesi a disertare e a combattere contro quelli che considerava invasori. Il suo slogan era «lottare per l’India libera è meglio che lottare per gli inglesi che l’hanno resa schiava». Dopo la conquista della Birmania e del Bengala costituì uno Stato dell’India libera indipendente, che però ebbe breve durata. In questo periodo promosse la creazione di battaglioni di volontari indiani che furono inquadrati nella Legione SS India libera, che operò in Europa e in Africa. Si trattava di qualche migliaio di effettivi, tra i quali molti sikh, equipaggiati con 80 veicoli motorizzati e 700 cavalli. Alcune SS indiane furono paracadutate in Medio Oriente per creare disordini, ma soprattutto furono utilizzati in Francia nella lotta anti-partigiana. A Strasburgo si racconta che dopo la fine della guerra alcuni di questi legionari indiani vennero atrocemente uccisi in una scuola e che gli altri furono costretti a lavorare nello sminamento senza alcuna precauzione. Pare che nessuno di essi sopravvisse, anche se gli abitanti più anziani si ricordano di questo soldati tedeschi con barba e turbante. A livello di curiosità diremo che anche nel Regio esercito furono inquadrati indiani, precisamente nel reparto Azad Hindustan (India libera), nel quale tra l’altro erano inquadrati anche italiani residenti in India e in Persia. Questo reparto fu organizzato in quattro plotoni fucilieri, tre plotoni mitraglieri e un plotone paracadutisti, questi ultimi addestrati a Tarquinia, in provincia di Viterbo. Ovviamente su Gandhi sono stati scritti migliaia di libri, mentre Bose, segnato dal peccato originale di essere stato amico di Mussolini e di Hitler, negli ultimi decenni non era mai stato scritto nulla al di fuori del suo Paese, se si eccettuano alcuni cenni da parte di Renzo De Felice nella sua biografia di Mussolini. L’unico libro che racconta la storia di Bose è uscito qualche anno fa per le edizioni Settimo Sigillo e si intitola L’India e il fascismo. Chandra Bose, Mussolini e il problema del nazionalismo indiano, scritto da Manfredi Martelli, cui rinviamo senza dubbio per una maggiore conoscenza del dimenticato Bose. Ma che fu una spina nel fianco durante la guerra per gli “alleati” è dimostrato dalla sua tragica morte nel cielo di Taipei.