Terrorismo islamico: Londra ricorda il suo “11 settembre” di dieci anni fa

È una Londra in stato di allerta, anche se per le strade magari non lo si nota troppo, quella che commemora martedì il decimo anniversario del suo 11 settembre: l’attacco contemporaneo di quattro giovani terroristi suicidi contro tre linee della metropolitana e un bus che il 7 luglio 2005 fece in totale 52 morti e centinaia di feriti. Una Londra che ha rivisto l’incubo, richiamato ai suoi occhi giusto in questi giorni dalle immagini del rimpatrio delle bare delle vittime britanniche dell’ultima strage di matrice jihadista: compiuta fra i turisti stesi al sole di una spiaggia in Tunisia. Vittime nuove che si uniscono nel ricordo a quelle di 10 anni fa, uccise da un’esplosione di odio che investì il cuore pulsante della capitale britannica – la sua storica Tube e il tentacolare sistema di trasporto pubblico – chiamati a fermarsi, e osservare qualche secondo di silenzio, allo scoccare domattina dell’ora X. Che quel 7 luglio fu di morte e di paura. Sullo sfondo dell’anniversario e dei fatti di sangue appena avvenuti, in Tunisia come altrove, l’allarme nel Regno Unito è tornato a salire. Governo, intelligence e forze di polizia lo hanno rilanciato. E nemmeno una settimana fa Londra è stata teatro di una plateale esercitazione anti-terrorismo come non se ne vedevano da tempo. Nelle vie della metropoli si sono visti centinaia di uomini in assetto da guerra urbana e si è assistito a una simulazione di spari, urla, soccorsi e caos mentre si sceneggiava il copione di un futuro assalto di altri ipotetici jihadisti, sulla falsariga di quanto accaduto nel 2005 e si è ripetuto in vari luoghi troppe volte, anche di recente: come ad esempio nel caso dell’eccidio parigino contro Charlie Hebdo.

Cerimonie a Londra col premier Cameron e il sindaco Johnson

Scotland Yard, negli ultimi giorni, ha poi cercato di attenuare la tensione, negando che le prove generali fossero il frutto di nuove minacce imminenti e parlando di strategia preventiva. L’esercitazione, è stato assicurato, ha avuto successo ed è servita fra l’altro a testare l’operatività di una nuova unità di agenti sceltissimi della polizia, addestrati militarmente secondo i sistemi delle teste di cuoio delle Sas. Ma che il pericolo non sia neppure solo teorico appare chiaro. E del resto l’anniversario del 7 luglio resta lì a testimoniare come l’inferno possa nascondersi molto vicino. Era mattina, nell’estate del 2005, quando i quattro fondamentalisti suicidi allevati in casa in Gran Bretagna, e cresciuti fra le comunità di fede musulmana delle città del regno, si radunarono nella stazione di Luton per eseguire un piano di morte che sarebbe stato poi rivendicato da Al Qaida. All’epoca l’Isis, partorito da guerre e politiche avventate fra Iraq e Siria, non esisteva ancora. Ma il quartetto di jihadisti della porta accanto – tre ventenni, un trentenne – bastò a scatenare l’orrore. Il commando si divise a King’s Cross: tre si sparpagliarono nelle viscere della città per farsi esplodere in punti diversi della rete della metropolitana, affollata di gente diretta al lavoro. Uno – il più giovane, Hasib Husain, 18 anni – innescò la carica che aveva indosso su una vettura del bus numero 30. In ciascuno di quei luoghi per l’anniversario sono previste adesso cerimonie e brevi veglie, con la presenza – fra gli altri – del premier David Cameron e del sindaco Boris Johnson. Mentre nella cattedrale di St.Paul una liturgia è convocata per ricordare i caduti: nelle prime file, accanto a rappresentanti della famiglia reale, i sopravvissuti.