Riecco la “glasnost”: l’archivio russo demolisce i falsi eroi di Stalin

Per quanto vivo e vegeto, Mikhail Gorbaciov è politicamente morto e pure da un pezzo. Ma si può tranquillamente scommettere che più di un russo abbia pensato a lui ed alla sua   glasnost (trasparenza) nell’apprendere della pubblicazione – da parte dell’Archivio russo di Stato – di un documento di epoca staliniana che ha fatto crollare una leggenda di eroismo dell’Armata rossa.

Cade il mito dei “28 Panfilovtsy” dell’Armata Rossa: non morirono fermando i tank nazisti

Una leggenda consacrata nei libri di storia, patrimonio dell’immaginario russo e oggetto di un film russo di imminente uscita. Gli eroi (ormai non più tali) sono i “28 Panfilovtsy“, un gruppo di soldati che combatterono agli ordini del generale Ivan Panfilov e ai quali era stata attribuito il merito di aver fermato i tank nazisti diretti a Mosca prima di morire tutti in battaglia. Una sorta di riedizione aggiornata del sacrificio dei 300 spartani alle Termopili. In realtà, la storia dei Panfilovtsy non aveva mai convinto del tutto gli storici, soprattutto quelli di formazione e cultura liberale e neppure gran parte degli esperti di strategie militari. Ma i dubbi non erano riusciti neppure a scalfire la corazza dell’ufficialità sovietica, comprensibilmente gelosa dei propri miti, anche quando – come nel caso in questione – tali non sono. Neppure la morte di Stalin ha mutato di una virgola la situazione.

Stalin trasformò in “verità ufficiale” la menzogna di Stato

C’è voluta Il crollo dell’Urss come guida mondiale del comunismo, la fine della Guerra Fredda e l’avvio di un seppur complesso e contraddittorio processo di democratizzazione della Russia per cominciare a guardare le “verità” con cui il regime di Stalin senza le lenti deformanti della celebrazione ideologica. Ora, pero, con il timbro dell’archivio statale russo e con l’imbarazzo del ministro della cultura Vladimir Medinski, che aveva già dato il proprio plauso al film di prossima uscita, questi ormai “falsi” eroi vengono rimossi dagli altari della propaganda sovietica. In nome di quella glasnost fortemente voluta dall’ultimo zar “rosso”.