A Renzi non “arrivano i nostri”. I gruppi di Verdini sono già evaporati

Quel che solo qualche settimana riuscì a Raffaele Fitto non riesce ora a Denis Verdini: sottrarre parlamentari a Berlusconi per costituire gruppi autonomi alla Camera e al Senato. A rimetterci, nella differenza tra i due ormai ex-forzisti, è il premier Matteo Renzi che attraverso il fido Luca Lotti contava molto sul soccorso delle truppe verdiniane a Palazzo Madama per l’approvazione delle riforme costituzionale. A detta dei bene informati sui fatti, tuttavia, quel soccorso non arriverà mai, almeno non nelle proporzioni (13 senatori) prospettate al premier dall’ex-braccio destro. Eppure, era tutto pronto: dall’appuntamento col notaio al nome (Azione liberal-popolare) della nuova creatura.

Con l’ex-braccio destro del Cavaliere restano solo pochi campani

La notizia c’è tutta se si pensa che proprio Verdini, che ha curato per anni l’effervescente “contabilità” di chi entrava e chi usciva dagli schieramenti del Cavaliere, ha finito per sbagliare i conti. In realtà, a demolirgli il sogno di mettersi in proprio è stato proprio Berlusconi che in misura insospettabilmente felpata ha provveduto a portargli via – uno dopo l’altro – gli adepti lasciandogli solo la pattuglia campana formata da Vincenzo D’Anna, Eva Longo e Ciro Falanga. E neppure tutta dal momento che alla fine non se la sono sentita di abbandonare il Cavaliere né Riccardo Villari, capogruppo designato, né Antonio Auricchio.

Berlusconi incontra Lombardo per sfilare i siciliani a Verdini

Stesso film con i siciliani, anche se in questo caso il Cavaliere ha tenuto a pubblicizzare l’incontro avuto con l’ex-governatore Raffaele Lombardo, leader di riferimento di almeno due senatori – Antonio Scavone e Giuseppe Compagnone – attualmente in forza al Gal (Gruppo Autonomia Libertà) ma in odore di spiccare il volo verso i “nuovi responsabili” di Verdini e perciò fortemente indiziati di sostenere Renzi sulle riforme. Oltre ai campani superstiti, con Verdini restano anche il craxiano Lucio Barani e Riccardo Mazzoni. Troppo pochi, in ogni caso, per fare gruppi autonomi e sostenere il governo. Ed è proprio questo il senso ultimo dell’attivismo del Cavaliere – solitamente poco propenso a trattenere chi vuole andarsene – per bloccare Verdini: dimostrare a Renzi che l’interlocutore del governo nel centrodestra può essere solo lui.