Libia, l’Isis avanza. E gli Usa cercano basi in affitto nel Maghreb…

La Libia è sempre più frammentata: bande varie e signori della guerra controllano sempre più territori nel Paese, mentre l’Isis consolida sempre più le proprie posizioni. I vari governi locali non riescono a mettersi d’accordo tra loro e le Nazioni Unite, che dialogano solo con una parte minoritaria delle fazioni in lotta, appare impotente a fermare la guerra civile e i traffici di armi e di esseri umani. L’Isis, che ha rafforzato la sua presenza a Sirte, ha imposto ferree regole per l’abbigliamento delle donne. Secondo siti di informazione locale i jihadisti hanno issato un cartello con sette regole precise da rispettare e con la foto di una donna col velo nero integrale. Vietati abiti trasparenti, con etichette o targhette, oggetti o elementi maschili indossati dalle donne infedeli, con disegni che attirino l’attenzione o che siano profumati. Obbligo di vestiti lunghi e che coprano tutto il corpo. Si succedono in tutto il Paese riunioni che però non portano a nulla, anzi, sono più distruttive che costruttive: «Il dialogo in corso in Libia non contenga clausole sull’esercito libico, che è al di sopra del processo politico». Così ha detto ad esempio in una riunione martedì notte alla sede del “comando generale delle forze armate”, ad Al Maraj nel nord, Khalifa Haftar. Il generale ha ribadito che le forze armate si «batteranno contro i complotti che minano l’istituzione militare», aggiungendo che «l’esercito è legittimato dalla Costituzione che gli garantisce un mandato per combattere il terrorismo. Le milizie armate illegittime non hanno spazio nell’esercito». La soluzione del golpe militare sembra sempre più vicina, e ciò porterà a un ulteriore spargimento di sangue. Bagno di sangue che peraltro non si ferma, malgrado dialoghi e riunioni: undici soldati dell’esercito libico sono morti e altri 14 sono rimasti feriti nelle ultime ore in violenti scontri a Bengasi con elementi della Shura dei rivoluzionari nei quartieri di Bou Atni e Al Lithi. I corpi dei soldati sono stati trasportati all’ospedale di Al Galaa, ha reso noto all’agenzia egiziana Mena Al Burghothi, un responsabile dell’ospedale. I militari feriti sono stati ricoverati.

Nessun Paese maghrebino vuole le basi Usa nei proprio territorio

Si registrano inoltre vive proteste da parte di Tripoli contro la decisione della Tunisia di costruire un muro nell’ambito del piano volto a fermare l’infiltrazione di jihadisti dalla Libia. Il Congresso nazionale generale (Gnc), il “parlamento” di Tripoli, non riconosciuto internazionalmente, l’ha definita una decisione unilaterale di Tunisi. Lo riportano numerosi quotidiani locali. «Ogni misura che ha come obiettivo la sicurezza alla frontiera tra i due Paesi – riferisce pretestuosamente il “governo” di Tripoli – deve essere oggetto di consultazioni bilaterali». Intanto, come si diceva, la comunità internazionale non riesce a dare risposte adeguate alla crisi libica: gli Stati Uniti sono in trattative con Paesi del Nord Africa su un possibile posizionamento di droni americani in una base sul loro territorio, per rafforzare la sorveglianza sull’Isis in Libia. Lo riporta il Wall Street Journal citando alcune fonti, secondo le quali la mossa rappresenterebbe una significativa espansione della lotta al Califfato nell’area. La Casa Bianca in realtà naviga a vista, non avendo idea di quello che sta accadendo sulla sponda sud del Mediterraneo: «Quello che cerchiamo di fare è affrontare le sfide sul fronte dell’intelligence», afferma un esponente dell’amministrazione Usa. Una base in Nordafrica, aggiunge, vicino alle roccaforti dell’Isis in Libia, aiuterebbe gli Stati Uniti «a capire cosa sta succedendo». Ogni eventuale installazione, spiega la fonte, dovrebbe essere una base pre-esistente, sotto il controllo del governo del paese che la ospita, che concederebbe agli Stati Uniti il permesso di posizionare droni e un numero limitato di personale. Finora nessun dei Paesi che avrebbe potuto offrire l’accesso a una base lo ha fatto. Pur ritenendo l’Isis una minaccia, i governi temono che i terroristi prenderebbero di mira i loro Paesi, se accettassero di ospitare militari americani.