Il fallimento di Crocetta e l’inutilità dannosa dell’Autonomia siciliana

No, Rosario Crocetta non è James Bond. E perciò non è in lotta contro la Spectre. Perchè ormai, dopo i “poteri forti” e il “golpe” gli manca solo da evocare il consorzio del male ideato da Jan Fleming. Prova a gonfiare il petto Crocetta, a fare la voce grossa: lui non se ne va, lui non molla, lui è un combattente. Anche se contestualmente frigna di aver pensato addirittura al suicidio. C’è tutto un mondo in questa vicenda siciliana, eruttata all’improvviso come lava incandescente e che adesso si dipana come un’opera dei Pupi. C’è l’arroganza di una diversità che dovrebbe proteggere da ogni critica. C’è la presunzione di una capacità di governo sempre evocata e mai praticata. E ci sono le stimmate dell’antimafia. Segni che hanno prodotto l’aureola e il tessuto di questo presunto santo laico che si è offerto all’Isola in remissione dei suoi peccati. Tutto troppo aleatorio, troppo teatrale per essere vero. Perchè, in realtà, è stato un tappo di ripicche, di omissioni e di convenienze che ha portato Crocetta Rosario alla guida della regione Sicilia. Un Barnum ben orchestrato e la miopia dei sempre pronti Viceré gli ha fatto vincere la poltrona di Palazzo dei Normanni col 30 per cento. Perchè molto meno di un terzo dei votanti l’ha voluto. Con Gianfranco Miccichè, ex plenipotenziario berlusconiano, che s’inventa una lista e sottrae 15 punti a quella di Nello Musumeci ferma al 25 per cento. Evviva il popolo sovrano. Altro che “poteri forti” contro. Altro che “golpe” più o meno strisciante. No, non c’è niente di tutto questo nella parabola politica di Crocetta Rosario da Gela. C’è solo la dimostrazione dell’inutilità dannosa di una Autonomia che serve solo a soggiogare i siciliani. E ci sono i frizzi e i lazzi della sua sfolgorante ascesa; con una candidatura frutto dell’accordo tra l’uscente e non più proponibile Raffaele Lombardo e il mallevadore del Pd Beppe Lumia; i proclami di rinnovamento e di lotta, di pulizia e trasparenza naufragati miseramente e accompagnati dalle dimissioni a seguire di Antonino Zichichi, di Franco Battiato e, ultima, di Lucia Borsellino; l’insostenibilità di un debito pubblico regionale in crescita esponenziale; il degrado evidente delle più note ed apprezzate località dell’Isola: è questo totale fallimento che dovrebbe spingere Crocetta ad andarsene. A fare per davvero un favore ai suoi conterranei. Senza da un lato piagnucolare e, dall’altro provare a vestire i panni di novello Bond. Che proprio non ci crede nessuno.