Ekaterinburg 1918: il comunismo iniziò la sua storia uccidendo innocenti

Nella notte tra il 16 e il 17 luglio del 1918 veniva compiuta una delle stragi più efferate del Novecento: i comunisti russi assassinarono l’intera famiglia imperiale dei Romanov, donne e bambini compresi, nella famigerata strage di Ekaterinburg, città sui monti Urali dove la famiglia dello zar era stata portata dai bolscevichi dopo la rivoluzione dell’ottobre 1917. È una strage di quasi un secolo fa, ma ancora viva nella memoria dei russi, anche a causa dell’esumazione delle vittime e della fine del comunismo e dell’Unione Sovietica, che ha reso possibile il ristabilimento della verità storica. In questi decenni sulla atroce vicenda sono stati realizzati libri, memoriali, film, questi ultimi relativi alla remota possibilità che qualcuna delle figlie dello zar Nicola II si fosse salvata: in particolare Anastasia, che nel memorabile film omonimo fu interpretata da una superba Ingrid Bergman. Il film ripercorreva a sua volta la storia di Anna Anderson, la donna che sosteneva di essere Anastasia, ma che fu smentita dall’esame del dna prelevato dai corpi della famiglia imperiale riesumati. La Anderson morì in Virginia, negli Stati Uniti, nel 1984. L’eccidio di Ekaterinburg non fu l’unico, altri membri della famiglia Romanov furono assassinati prima e dopo, ma è senza dubbio quello che ha più colpito l’immaginario collettivo per la sua inconcepibile ferocia. Il deposto zar Nicola II e la sua famiglia erano detenuti nella casa Ipatiev, dove oggi sorge la chiesa ortodossa denominata Cattedrale sul Sangue, in ricordo del martirio, ed erano sorvegliati da un corpo di guardia a capo del quale c’era un certo commissario Jurovskij, che fu incaricato dell’intera agghiacciante operazione. Con lo zar c’erano la moglie Alessandra Feodrovna, e i figli adolescenti Olga, Tatiana, Maria, Anastasia e Alessio, quest’ultimo ammalato di emofilia. C’erano anche quattro servitori, assassinati anche loro dalle Guardie rosse, alcune delle quali si rifiutarono di sparare su bambini e che per questo furono sotituiti da prigionieri di guerra che avevano aderito alla rivoluzione per uscire di galera. Fu una apposita seduta del Soviet a decidere l’eccidio.

A Ekaterinburg ora sul luogo del massacro c’è una cattedrale ortodossa

Quella notte, a mezzanotte, lo stesso commissario Jurovskij svegliò i Romanov, raccontando loro che sarebbero stati trasferiti. La famiglia imperiale più il medico, la dama di compagnia, l’inserviente e il cuoco furono radunati in una stanza a pianterreno della casa Ipatiev e fatti mettere in fila da Jurovskij dicendo che avrebbe dovuto fare loro una fotografia. Fuori la stanza c’erano dieci killer che aspettavano l’ordine per iniziare lo sterminio. Il commissario fece entrare la squadra e contemporaneamente comunicò ai Romanov che il Soviet aveva deciso di giustiziarli poiché i loro fedeli continuavano i combattimenti contro i bolscevichi. Detto questo, estrasse un revolver e sparò allo zar. Subito la squadra sparò alla zarina Alessandra e al figlio Alessio. Successivamente si rivolsero verso gli altri sparando all’impazzata. Spararono per venti minuti, non riuscendo a ucciderli tutti. Ad esempio, la dama di compagnia era ancora viva quando la infilzarono con la baionetta e la finirono con i calci dei fucili. Il commissario sparò ancora dei colpi di pistola contro Alessio, che rantolava. Finita la mattanza, si dovevano trasportare i corpi su un autocarro, ma deposte le figlie sulle barelle, ci si accorse che erano ancora vive, una si coprì il viso con una mano e urlò. Furono finite a colpi di baionetta. L’autocarro di diresse verso i boschi, ma a metà strada il commissario fece bruciare i corpi di Alessio e di una delle figlie dello zar, per sviare le ricerche dei russi bianchi che cirocndavano la zona. Successivamente il camion arrivò in una cava abbandonata dove i cadaveri furono spogliati e depredati dei preziosi che nascondevano, nonché fatti a pezzi con accette e armi da taglio. Poi furono gettati nella cava, cosparsi con acido solforico e dati alle fiamme. Il giorno successivo, il comitato centrale del partito annunciò che l’ex zar Nicola era stato fucilato in seguito a un tentativo di evasione, negando però lo sterminio dell’intera famiglia, secondo la tradizione comunista della negazione della verità per difendere la ragion di Stato. Ma nonostante i tentativi di occultamento, damnatio memoriae, falsificazione storica, mistificazione, messi in atto dall’Unione Sovietica, i corpi furono individuati nel 1979 ma non furono riportati alla luce per motivi politici. Bisognerà attendere il 1991 perché il corpo dello zar di sua moglie e di tre dei loro figli e dei quattro servitori, fossero riesumati – per ordine diretto di Boris Eltsin – e analizzati. Le analisi durarono molti anni, e solo nel 2008 si poté comunicare al mondo che l’intera famiglia imperiale era stata identificata, anche perché nel 2007 si era provveduto a identificare anche i due ragazzi bruciati nella foresta di Ekaterinburg.