Bomba al Cairo: era proprio l’Italia l’obiettivo dei terroristi islamici

Mentre il ministro degli Esteri italiano Paolo Gentiloni è al Cairo per incontrare le massime autorità egiziane e verificare lo stato del consolato e della scuola in esso ospitata, gli inquirenti continuano ad analizzare la rivendicazione dell’Isis per capire se fosse proprio l’Italia nel mirino dei fondamentalisti. Dubbi sembrano essercene pochi, perché l’Italia appoggia senza riserve il regime di Al Sisi, che rovesciò quello dei Frateli Musulmani. Il titolare della Farnesina porterà un segnale di solidarietà e vicinanza al personale dell’ambasciata italiana. Allo studio anche un rafforzamento delle misure di sicurezza per le sedi diplomatiche. Questo il testo della rivendicazione: «Grazie alla benedizione di Allah i soldati dello Stato Islamico hanno fatto esplodere 450 chili di esplosivo piazzati all’interno di un’auto parcheggiata davanti al Consolato italiano. Raccomandiamo ai musulmani di stare lontano da questi luoghi, obiettivi legittimi degli attacchi dei mujaheddin». Secondo i carabinieri i chili di esplosivo erano 200/250, ma cambia poco. Importante è invece il fatto che un altro gruppo islamico estremista, stavolta tunisino, abbia ripetuto l’ammonimento a stare lontano dai luoghi frequentati dagli «infedeli». Non si abbassa l’allerta e persistono i posti di blocco nelle principali strade del Cairo. Dopo l’attentato davanti al Consolato italiano, con un morto e 10 feriti, nessuno dei quali italiani, soldati, militari e poliziotti presidiano in gran numero le arterie della città. «La nostra intelligence sta verificando tutte le ipotesi. Certo è che l’Isis di solito fa attentati e li rivendica nei minuti successivi se non direttamente, nel corso dell’azione. In questo caso la rivendicazione tardiva di 10 o 12 ore è alquanto anomala. La stessa natura, distruttiva ma dimostrativa, con un’esplosione potenzialmente molto pericolosa avvenuta in orario di chiusura e in un giorno in cui l’ufficio sarebbe rimasto comunque deserto è un elemento da tenere in considerazione». Lo afferma a un quotidiano italiano il presidente del Copasir, Giacomo Strucchi, secondo cui non è escluso che il consolato italiano fosse un obiettivo secondario. «È possibile – spiega ancora – che ci fosse un obiettivo interno diciamo primario e che gli attentatori abbiano scelto di agire proprio accanto alla sede del nostro consolato per dare un segnale anche a noi. Tesi che non può essere esclusa». Tuttavia, sottolinea il presidente del Copasir, «nella comunità occidentale siamo stati tra i primi ad esprimerci con nettezza contro il califfato. Se dovesse concretizzarsi l’azione di blocco delle partenze dalle sponde libiche, anche grazie al recente decreto, potremmo essere ancora più esposti nel conflitto contro gli integralisti islamici».

Al Cairo la stampa dà grande risalto all’attentato

L’inchiesta comunque va avanti. Gli inquirenti egiziani lavorano per risalire alla matrice della bomba. E si studia anche la rivendicazione dell’Isis, anche se per ora non ci sono conferme sulla sua attendibilità. Poche ore dopo l’attentato fonti di intelligence italiane avevano letto il gesto come un avvertimento all’Italia, solido alleato del Cairo e – nel contempo – un attacco al presidente egiziano al Sisi, impegnato a reprimere forti spinte islamiste in patria. E nella ridda di ipotesi circolate sui media egiziani c’è anche chi ha postulato che l’attentato al Consolato fosse indirizzato contro l’avvocato e responsabile di un partito, Ahmed al Fuddaly, considerato vicino al presidente al Sisi. Il Consolato italiano è vicino all’Alta corte egiziana e l’esplosione è avvenuta poco prima che passasse al Fuddaly, riferiscono le stesse fonti. Ma per il momento si tratta solo di congetture, tutte ovviamente da confermare o smentire. La stampa egiziana intanto continua a dare grande risalto all’attentato. “Il terrorismo colpisce il centro del Cairo”, ha titolato Al Ahram, sottolineando la “cooperazione internazionale tra il presidente al Sisi e Renzi nella lotta contro il terrorismo”. Il quotidiano, citando alcuni esperti, ha scritto che “l’esplosione al Consolato ricorda nelle modalità l’assassinio del procuratore generale Hisham Barakat”, per la “presenza di una vettura imbottita di esplosivo, e per l’esplosione azionata a distanza”. Gli esperti non escludono che “i terroristi potrebbero avere usato gli stessi ordigni”. Il giornale Al Akhbar ha posto l’accento sulla “operazione terrorista e sulla rivendicazione dell’Isis”. È – da sempre – variegata la galassia del terrore che dagli anni Settanta ha seminato morte e distruzione in Egitto, con stragi ed attacchi mirati in particolare alle forze dell’ordine. A destare una certa preoccupazione sono i gruppi armati che proclamano la loro affiliazione a Daesh (ossia l’Isis) e ai suoi alleati nell’area nordafricana, attivi nella Penisola del Sinai, soprattutto a ridosso del confine con la Striscia di Gaza.

Dal 1970 in Egitto hanno agito tre generazioni di terroristi

Gli analisti sono convinti che dall’inizio degli anni Settanta a oggi l’Egitto abbia conosciuto tre generazioni del terrore. La prima fase è quella che vede operare le formazioni centrali come la Jamaa Islamiya, un movimento militante islamista che agì tra il ’92 e il ’97, dopo che la leadership della Fratellanza Musulmana aveva rinunciato alla violenza. Terribile il massacro al tempio di Luxor nel novembre del 1997 con 62 morti, in maggioranza turisti, messo in atto proprio dalla Jamaa Islamiya. A fondarlo furono, nelle università, studenti radicali usciti dall’associazione della Confraternita. Sempre negli stessi Settanta opera al Jihad. La loro azione più clamorosa è l’omicidio del presidente egiziano Anwar Sadat nel 1981. La fase successiva, proseguono gli esperti, è quella della mondializzazione della Jihad. A titolo esemplificativo la dichiarazione nel 2006 del numero due di al Qaida, il medico egiziano Ayman al Zawahr, che affermò che Jamaa Islamiya si era unita alla rete terroristica guidata da Osama bin Laden, nella quale erano entrati a far parte un gran numero di arabi afghani che avevano combattuto l’Urss. Gli ultimi anni sono invece quelli che gli analisti definiscono la generazione della violenza cieca, basata su piccole e pericolosissime formazioni che utilizzano il web e la tecnologia su internet, con violenti attentati mordi e fuggi. Tra i vari gruppi che si sono inseriti nella lotta jihadista compare Ajnad Misr (i Soldati dell’Egitto), anche loro legati all’Isis. Dalla deposizione del presidente islamista Mohamed Morsi nel 2013 da parte dell’attuale capo di Stato ed ex-generale Abdel Fattah al Sisi, c’è stato un proliferare di attentati in particolare contro i militari. Molti segnali indicano una deriva terroristica di frange dei Fratelli Musulmani, dichiarati terroristi a fine 2013, ai quali fonti di stampa hanno attributo la creazione di una vera e propria milizia bene armata e ben addestrata.