Approvato l’emendamento ammazza-Iene: carcere per i video “rubati”

Se dovesse rimanere così com’è, costituirebbe una forma di censura gravissima, che colpisce tutto il giornalismo investigativo e d’inchiesta. È l’emendamento approvato nella notte dalla commissione Giustizia della Camera nell’ambito della riforma del processo penale e, in particolare, della normativa sulle intercettazioni. Il testo, presentato da Alessandro Pagano del Ncd, prevede infatti la reclusione da sei mesi a quattro anni per la diffusione di riprese o registrazioni effettuate di nascosto.

Il testo dell’emendamento Pagano

«Chiunque diffonda, al fine di recare danno alla reputazione o all’immagine altrui, riprese o registrazioni di conversazioni svolte in sua presenza e fraudolentemente effettuate, è punito con la reclusione da 6 mesi a 4 anni», si legge nel testo dell’emendamento, che esclude la punibilità solo quando «le riprese costituiscono prova nell’ambito di un procedimento dinnanzi all’autorità giudiziaria» o utilizzate nell’esercizio del «diritto di difesa».

Dalle Iene a Report, tutti colpiti

All’atto pratico, dunque, dovremmo dire addio a gran parte dei servizi di trasmissioni come Le Iene o Striscia la Notizia, ma anche a quelli di redazioni giornalistiche blasonate come Report. Ma a essere colpita sarebbe tutta la stampa italiana, che non potrebbe più neanche dare spazio a fuori onda o riprese “informali” che però hanno carattere di pubblico interesse. «Questa è un’epurazione di massa», ha detto il vicepresidente del M5s in commissione Giustizia Alfonso Bonafede, secondo il quale «se Berlusconi voleva mettere il bavaglio alla stampa, Renzi va ben oltre». «Questa è una porcata», ha aggiunto, sostenendo che «non sarebbe un caso che questa stretta sulle intercettazione arrivi dopo i casi Incalza e dopo Mafia Capitale».

Ma per il Garante della Privacy era lecito

La questione delle riprese con telecamere nascoste non è nuova e, anzi, è già stata affrontata in sede legale. In particolare, si ricorda un caso che ha visto come protagoniste proprie Le Iene, per un servizio svolto nelle solite modalità: intervista a telecamera nascosta e poi blitz “scoperto” per chiedere chiarimenti all’intervistato. Il Garante della Privacy riconobbe la «liceità» di quel tipo di lavoro, sottolineando che visti i suoi fini giornalistici non richiedeva il consenso preventivo dell’intervistato che aveva presentato ricorso, né la necessità di informarlo di cosa stava accadendo. Questi obblighi, concludeva il Garante, non si presentano «qualora rendano altrimenti impossibile l’esercizio della funzione informativa». Che è proprio lo scenario, invece, che si delineerà con l’emendamento Pagano.