Appalti e mazzette: chiesti 4 anni per Penati, ex braccio destro di Bersani

Penati chi? Non c’è dubbio che solo pochi italiani sappiano chi è Filippo Penati, il dirigente Pci-Pds-Ds-Pd per il quale il pm di Monza, Franca Macchia, ha appena chiesto una condanna a 4 anni di reclusione al termine di un’appassionata e argomentata requisitoria. Con altre nove persone Penati è imputato di corruzione e finanziamento illecito ai partiti solo perché l’accusa più grave – la concussione per un presunto giro di tangenti in cambio di concessioni edilizie sulle aree ex Falck e Marelli di Sesto San Giovanni – è caduta in prescrizione. Scappatoia che l’imputato si è guardato bene dal disdegnare. Per la verità, aveva giurato di non voler avvalersene ma quando arrivò il momento di rifiutarla, semplicemente non si presentò in tribunale e la prescrizione scattò.

Per il pm Penati era a capo del cosiddetto “sistema Sesto”

E oggi siamo costretti a chiederci “Penati chi?” per il semplice fatto che nessun giornalista “dalla schiena dritta” ha mai ha raccontato questa storia con la stessa foga e con la stessa dovizia di particolari utilizzati, ad esempio, contro Giancarlo Galan, il doge forzista incappato nella brutta storia del Mose di Venezia. Prima ancora di capitolare patteggiando la pena per riconquistare la libertà, Galan fu praticamente fatto a pezzi sulla stampa. Eppure Penati non è un oscuro peone, una mezza cartuccia. Tutt’altro: è stato sindaco di Sesto San Giovanni (la “Stalingrado” italiana), presidente della Provincia di Milano nonché capo della segreteria politica di Pier Luigi Bersani, che di certo non ha bisogno di particolari ipresentazioni. Ma per i gli inquirenti Penati è soprattutto il terminale del cosiddetto “sistema Sesto”.

Ma per lui non vale il “non poteva non sapere”

Secondo il pm, Penati avrebbe incassato presunte tangenti per almeno «3,5 milioni di euro» all’interno di un «vasto e diffuso sistema di tangenti» che prevedeva «un fiume di denaro» per soddisfare «le sue esigenze elettorali e quelle dei Ds milanesi». Il suo accusatore, giudicati «credibile» dagli inquirenti, è l’imprenditore Piero Di Caterina, che ha parlato di tangenti versate a Penati «sin dagli anni ’90 fino al 2001». Le avrebbero incassate solo Penati ed i suoi più stretti collaboratori. Ma ai piani alti non si arriva. Il principio del “non poteva non sapere” – tante volte utilizzato in altre indagini – a Sesto San Giovanni, la Stalingrado d’Italia, non sembra valere.