Solo un fronte unito del centrodestra ha le carte per battere Renzi

Il 5 a 2 consegna molti dubbi e qualche certezza. La prima: l’onda renziana non può certo dirsi esaurita ma di sicuro risulta smorzata. Tradotto, vuol dire che difficilmente la legislatura s’interromperà prima del 2018. Il che a sua volta significa che il fronte che oggi definiamo di centrodestra ha tempo per riorganizzarsi in vista della scadenza. A patto, ovviamente, che lo faccia per davvero affrontando una volta per tutte i nodi che finora non ha saputo, potuto o semplicemente voluto sciogliere.

Berlusconi non può più dare la carte: primarie per il centrodestra

Il voto regionale, per quanto disomogeneo da regione a regione, ci dice infatti che questo fronte non è il campo di macerie preconizzato alla vigilia. Forza Italia non è quella di prima ma conserva ancora percentuali a due cifre. Resta un soggetto con cui bisogna comunque fare i conti, sebbene non possa più vantare la golden share della coalizione. In pratica, Berlusconi siede al tavolo ma non dà più le carte. Dispiacerà forse a molti, ma senza tale consapevolezza neppure si parte: la leadership va resa contendibile attraverso un meccanismo che sia selettivo della classe dirigente e partecipativo della base. Il Cavaliere si è già detto disposto ad aprire alle primarie, purché regolate per legge. Va preso in parola. Capitolo Lega: Matteo Salvini è  il vero mattatore, ma il successo gli impone di uscire dal girone degli urlatori e di iscriversi al club degli statisti. La sua Lega ha stravinto in Veneto e vinto in Toscana ma la lista “Noi con Salvini” in Puglia non è andata oltre uno striminzito 2,40 per cento. È fin troppo evidente che una coalizione dotata di un programma solo “anti” e per di più guidata da un leader riconosciuto come tale solo da Firenze in su, difficilmente può risultare vincente e convincente. Morale: se Salvini studia da leader, l’attestato dovrà guadagnarselo a Napoli o a Palermo piuttosto che a Lecco o a Verona. E veniamo al Ncd, partito che deve definire collocazione e identità. Governa a Roma con Renzi, si allea a livello locale con Forza Italia ma ha come obiettivo dichiarato il centro. Ebbene, nelle due aree in cui l’esperimento è stato avviato, Veneto e Marche, il risultato è catastrofico (1,80 e 3,40). È tempo, insomma, che Alfano decida cosa vorrà fare da grande.

I destini incrociati di Meloni e Fitto. Salvini non sfonda al sud

Supera invece la prova sopravvivenza FdI-An che oggi scavallerebbe agevolmente lo sbarramento del 3 per cento fissato dall’Italicum. Ma il quadro partorito dalle urne consente al partito di Giorgia Meloni di coltivare ben altre ambizioni. A condizione che faccia precise scelte di campo, come quella di dare voce e rappresentanza – seppur in una non negoziabile cornice nazionale – ad un Sud sempre più risucchiato da un astensionismo non più decifrabile come diffidenza o indifferenza verso la politica ma come aperta ostilità verso lo Stato. In tal senso, il destino di FdI-An appare destinato ad incrociarsi con quello del sorgente movimento di Fitto che, anche grazie all’apporto della Meloni, si è aggiudicato il derby nella “sua” Puglia contro Adriana Poli Bortone, candidata da FI e Salvini. In definitiva, un nuovo fronte politico unito intorno a leadership, programma e territorio non avrebbe nulla da temere dalla scadenza del 2018. Basta solo volerlo.