Scontro di potere per le nomine ai vertici della Cassa Depositi e Prestiti

E’ imbarazzante e surreale questa storia della Cassa Depositi e Prestiti. Si parla insistentemente da giorni di una imminente, forzata sostituzione di cinque membri del Consiglio di Amministrazione, preludio al cambio dei vertici. Insomma, uno stratagemma per dare il benservito e accompagnare alla porta il presidente Franco Bassanini e l’amministratore delegato Giovanni Gorno Tempini. Ieri, a Porta a Porta , il premier Renzi ci ha messo del suo, con la solita spocchia e l’indecifrabile gioco di parole, attribuendo a “motivi tecnici” l’inevitabile cambio della guardia nell’istituto trasformato in autentica Merchant Bank, dopo essere stato per decenni la cassa speciale degli enti locali. Quali siano questi “motivi tecnici”, Renzi, ovviamente, non lo ha detto. Così facendo, però., vista la resistenza che gli attuali vertici stanno opponendo alla pressione del governo, ha soltanto alimentato ulteriori sospetti e gettato ombre su una partita finanziaria che rischia di diventare ancor più intricata e nebulosa di quanto appaia a prima vista.

La Cassa depositi e prestiti è per l’80 per cento dello Stato

Che sia in corso una sordida lotta di potere sulla testa della Cdp è del tutto evidente. Che, poi, dietro la lotta di potere si intreccino ambizioni personali, aspettative di buonuscite milionarie a rischio di danno erariale e altro ancora fa parte di un modo certamente deprecabile con cui alcuni manager pubblici, grand commis e una certa casta di banchieri interpretano il loro ruolo. La Cassa depositi e prestiti appartiene in maggioranza allo Stato, il 18,4% è appannaggio di 64 Fondazioni bancarie , il resto fa parte di azioni proprie. L’ammontare del risparmio postale gestito dall’Istituto ammonta a 252 miliardi, su 350 miliardi di attivo. Cifre imponenti. Negli ultimi tempi, il governo a corto di quattrini, si è rivolto più volte alla Cassa per affrontare emergenze come quella dell’Ilva di Taranto non molto tempo fa, oppure l’adesione al fondo salva-imprese varato dal governo, più recentemente, nel settembre scorso.

 

Cassa depositi e prestiti e ruolo delle Fondazioni

Operazioni che Renzi vorrebbe affidare a uomini a lui vicini come Fabio Gallia e Claudio Costamagna. E qui viene il bello. Anzi lo sconcio di una partita che rischia di lasciare più di una macchia sulla intera questione del cambio dei vertici. Gallia è rinviato a giudizio a Trani. E il posto destinato a  Costamagna, per statuto, spetta alle 64 fondazioni bancarie azioniste. Che faranno Renzi e il ministro del Tesoro Padoan per aggirare l’ostacolo? Cambieranno lo statuto? Oppure accetteranno di aprire un tavolo di compensazione con le fondazioni bancarie sul tema fiscale? Negli ultimi anni il peso del fisco  per il sistema delle fondazioni è passato da 100 milioni di euro agli attuali 437 milioni. La partita si allarga, dunque, su altri fronti. E tutto diventa più inquietante.