Renzi euforico: “L’Italia decolla”. Ma nessuno se ne è ancora accorto

Non c’è niente di peggio che farsi prendere dall’euforia leggendo i dati Istat sull’aumento della occupazione ad aprile rispetto al mese precedente. Intendiamoci, qui non si tratta di negare l’evidenza dei numeri (159 mila occupati in più), quanto piuttosto di evitare che si imbastisca un peana politico su andamenti ancora troppo flebili e incerti per santificare le politiche fin qui adottate dal governo. Quella gioia ostentata con palese impudicizia dal premier Renzi ai dipendenti Alitalia e quella frase davvero improvvida ,”Mettetevi le cinture l’Italia sta decollando”, al netto della propaganda, suona come una autentica beffa. Una beffa per i tanti lavoratori  di quella azienda che ha dovuto rinunciare ai connotati di compagnia di bandiera e ricorrere al soccorso arabo per evitare il fallimento. Una beffa per gli italiani che stanno ancora pagando, a proprie spese, quote rilevanti di cassaintegrazione per sussidiare migliaia di dipendenti a fronte di ricchissime liquidazioni garantite a manager inetti e da “libri in tribunale”. Insomma, in quel luogo simbolo di uno Stato-imprenditore-assistenzialista, di cui in verità non è giusto addebitare a Renzi particolari responsabilità, il premier avrebbe fatto meglio ad usare toni più sobri.

Renzi esalta i dati Istat sul lavoro ma dimentica la scarsa produttività

Una lettura meno superficiale dei dati forniti dall’Istat dovrebbe indurre a minor euforia e a qualche riflessione  in più. Se rappresentano una “tendenza” , come c’è da augurarsi, bisognerà prudentemente attendere una conferma nei prossimi mesi. Almeno per un paio di ragioni oggettive. Aprile è il mese in cui partono i contratti stagionali. In secondo luogo, dati alla mano, le stabilizzazioni previste dal Jobs Act sono ancora nettamente a svantaggio dei rapporti permanenti. Anzi, i contratti a termine sono cresciuti del 3,5 % rispetto ai rapporti permanenti che registrano appena lo 0,2% in più su base annua. Altro elemento su cui riflettere riguarda il fatto che l’incremento occupazionale si registra più al Sud che al Nord. All’apparenza, il dato appare confortante. In realtà, è in controtendenza rispetto all’andamento del Pil. Il paradosso di una pur leggera crescita occupazionale  nel Mezzogiorno, meno produttivo rispetto ad alcune aree del Nord, fa riemergere l’antica criticità di una occupazione meridionale a bassa produttività. E questo è il vero annoso malanno che ha sempre imbrigliato quella parte importante della nostra Penisola.