Raqqa, il manifesto sulle schiave bambine che svela l’Isis pedofilo

È davvero un reportage molto istruttivo quello apparso sul sito http://www.dailymail.co.uk/. Una inchiesta firmata da Andrew Malone e rilanciata in Italia dal sito Dagospia. Una storia che tutti dovrebbero leggere e che fa riflettere. La riportiamo integralmente a beneficio dei nostri lettori. Eccola:

«Un manifesto comparso a Raqqa, la capitale dello Stato Islamico in Siria, afferma che una bambina può essere sposata a partire dall’età di nove anni. Lo riferisce un ex jihadista, Hamza, 33 anni, che dopo essere stato addestrato come boia a Raqqa è scappato oltre il confine turco, disgustato dagli stupri subiti dalle ragazze straniere nella sua caserma. Sullo stesso manifesto appeso per le strade della capitale si legge: “È permesso avere rapporti sessuali con schiave del sesso che non hanno raggiunto la pubertà”. Hmaza ricorda che la caccia alle schiave del sesso iniziò immediatamente dopo la conquista di Raqqa, avvenuta l’anno scorso: “Ci fu un appello a tutte le famiglie della regione – dice – affinché offrissero le ragazze non sposate ai jihadisti, per soddisfare i loro bisogni sessuali, e minacciarono quelle che non si sarebbero presentate con la sharia”. Gli estremisti sostengono che il “jihad al-nikh”, le schiave del sesso costrette ad avere relazioni extraconiugali con decine di guerriglieri, sia una pratica legittima in quanto “reca sollievo ai combattenti”. Hamza ricorda come il suo comandante lo invitasse a usufruire del servizio: “Per te è halal (legale) – gli diceva – Allah approva che noi soddisfiamo i nostri desideri con queste ma senza sposarle, perché sono pagane”. Dopo aver rischiato la sua vita per fuggire da Raqqa, Hamza ha denunciato l’ipocrisia dei suoi ex compagni: “Alcuni guerriglieri prendevano droghe allucinogene, altri erano ossessionati dal sesso. Vigevano pratiche disumane, c’erano uomini sposavano a turno la stessa donna per un certo periodo o ne stupravano un’altra tutti insieme”. “Una volta Raqqa era una città come tante altre – racconta un dissidente, Abu Ibrahim – uscivamo per andare al bar e bere un caffè come nel resto del mondo. Poi è arrivato lo Stato Islamico e ha iniziato a uccidere le persone per le strade. Non immaginavamo che sarebbe finita così, ora nessuno parla ed è vietato perfino pensare”, ha concluso.