Putin lancia la tv sportiva gratis: i nostri atleti sono puliti, gli altri?

Comincerà a trasmettere dal prossimo autunno il primo canale sportivo russo non a pagamento, sponsorizzato da Gazprom: l’iniziativa è stata incoraggiata dal presidente Vladimir Putin per aumentare la copertura del crescente numero di eventi sportivi e promuovere l’immagine dei loro protagonisti, indicati come modello di vita sana, in particolare per i giovani. I contenuti della tv, elaborati da una agenzia, saranno disponibili anche su piattaforme mobili e multimediali.

Potrebbe essere una news come un’altra, se non segnasse invece una tappa simbolica nella Russia di Putin che vuole imprimere con tutta evidenza un segno completamente nuovo al volto dello sport, in passato molto chiacchierato. Putin con tutta evidenza, accentuando il volto “pulito” e sano dell’evento agonistico intende cancellare ogni “macchia” di un passato in fondo non troppo lontano. Non è un mistero che le performance degli atleti – non solo russi, ma di tutti quelli proveniente dall’Europa dell’Est –  fossero un tempo studiate a tavolino “scientificamente” all’interno di  un sistema sportivo di base e di vertice apparentemente perfetto: si parlò spesso di “doping di stato”, di spionaggio internazionale. Nello sport, nei suoi campioni e nelle sue invincibili campionesse si doveva speccchiare una leaderschip mondiale che si esplicava in una incredibile “fabbrica” di medaglie. L’esempio dell’ex Ddr parlava di una nazione dalla modesta superficie e popolazione, in grado di produrre alle Olimpiadi prestazioni di contenuto superlativo. Alla base del doping di stato stava l’Istituto Superiore di Cultura Fisica di Lipsia, fondato nel 1950. Se infatti negli anni ’50 erano gli Stati Uniti ad essere all’avanguardia nella produzione e consumo di anabolizzanti, nel decennio successivo si verificherà il sorpasso dell’Est sui “culturisti” californiani. E proprio la ex Ddr, nell’ambito della manipolazione del testosterone, farà scuola ai suoi primi “maestri” sovietici. Poi le cose sono di nuovo cambiate nello studio farmacologico applicato alla prestazione sportiva e l’occidente è tornato a portare bandiera, per così dire. Oggi da noi i controlli doping, nonostante le dichiarazioni d’intenti, è viziato da un’ipocrisia di fondo, da una burocrazia che non consente interventi tempestivi e mirati, veicolando l’immagine di un volto poco limpido. I controlli a fine partita sono molto soft e nel ciclismo la piaga sembra ormai un dato di fatto.