Poliziotti in piazza contro il reato di tortura: noi in galera, i criminali fuori

Reato di tortura sull’onda emotiva dei fatti della Diaz durante il G8 di Genova: è l’ultima novità del Parlamento italiano, che dovrebbe occuparsi di ben altre emergenze. Sono infuriati gli agenti, pronti a scendere in piazza il 29 giugno in tutte le Province italiane per protestare contro il disegno di legge (già approvata da Senato e Camera in prima lettura) che introduce in Italia il reato di tortura, un ottimo principio (se ci trovassimo nel Cile di Pinochet), che rischia però di mettere a repentaglio la sicurezza dei cittadini e di criminalizzare gli agenti. «I poliziotti saranno costretti a tirare i remi in barca lasciando campo libero ai malviventi», è l’allarme del Sap che vede nella legge uno strumento nato per colpire la polizia, destinato a trasformarsi in un lasciapassare per i delinquenti, visto che la legge mette considera “tortura” anche le sofferenze psichiche.

Arriva il reato di tortura

Durante un interrogatorio, un poliziotto alza la voce, assume un tono «eccessivamente» autoritario, avverte «con durezza» l’indiziato dei rischi penali che corre. È tortura? Sì, lo è. Almeno questo prevede il disegno di legge specifico che dovrà tornare a Palazzo Madama per il via libero definitivo. Per questo il Sindacato Autonomo di Polizia è «indignato» e ha avviato una mobilitazione per informare sui reali contenuti della legge sfornando 500mila volantini e opuscoli per spiegare cosa c’è che non va. Sono sette gli articoli della legge che introduce nel Codice penale i resti di tortura e di istigazione alla tortura, il primo è punito da quattro a dieci anni di carcere (che possono diventare quindici se si tratta di un pubblico ufficiale).

Una legge contro gli agenti

Nel mirino proprio la definizione di “acute sofferenze psichiche” che fa scattare l’incriminazione. «Come si misura? Qual è l’azione idonea a causarla? Come sarebbero accertabili e individuabili queste sofferenze?»,  chiede il numero uno del Sap, Gianni Tonelli,  per il quale il provvedimento è  ideologico, disegnato ad hoc contro i tutori dell’ordine, difficilmente applicabile e in netto contrasto con altre norme già esistenti e perfino con la Carta Costituzionale». L’unico risultato che si otterrebbe è quello di dissuadere gli agenti a fare  il proprio dovere. Quanti continuerebbero ad andare fino in fondo nel colpire la criminalità sapendo che per un passo falso, anche solo un interrogatorio duro danti a un possibile mafioso, verranno considerati torturatori e rischiano di finire in cella e perdere il lavoro?

I fatti della Diaz

Anche se il Parlamento, su pressione del Pd,  si è messo in moto sull’onda emotiva della condanna da parte della Corte Ue per i diritti umani in relazione ai fatti della Diaz di Genova, secondo il sindacato non c’è alcuna lacuna normativa da colmare e il problema specifico è legato semplicemente ai tempi di prescrizione, che hanno «neutralizzato» le condanne degli agenti coinvolti. La polizia non cerca nessuna impunità – chiarisce il sindacato – l’obiettivo è aprire un confronto in tutto il Paese su quello che viene definito «un disegno di legge assurdo e che porterà effetti devastanti sulla comunità».