Il dirigente Pd su Mafia Capitale: “Sempre stato così. Sapevano tutti”

Reportage di Conchita de Gregorio sul Pd romano. Fuoco amico su “La Repubblica”, ma particolarmente interessante proprio per le ammissioni di colpevolezza di tanta parte del PD romano sullo scandalo di Mafia Capitale che sta travolgendo Roma e il Sindaco Marino, in bilico tra le richeste di dimissioni e l’ipotesi di sciogliemento per Mafia del comune.

Mafia Capitale era dentro il PD da anni.

Dove ci sono molti soldi e non si sa da dove vengano c’è qualcosa che non va. Pierpaolo Bellu, segretario dello storico circolo San Giovanni, anno di fondazione 1949, oggi 250 iscritti da rinnovare, perché il tesseramento è stato dai commissari azzerato: «No, davvero non lo so quando è cominciato tutto. Io ti direi che è sempre stato così. Ma lo sapevano tutti: quando in un quartiere c’è un candidato che invita a cena al ristorante cento persone, paga lui, e un altro che porta la pasta fredda da casa nel cortile del circolo. Quando uno mette cinquemila manifesti e un altro cinquecento. Quando all’improvviso da un circolo che non fa attività compaiono 200 tesserati».

Il Pd esplode nel 2008, quando Alemanno prende il comune.

Goffredo Bettini, l’uomo che dall’ombra ha determinato gli ultimi tré sindaci di centrosinistra (Rutelli, Veltroni, Marino) ne esce sconfitto. I marroniani, opposizione dalemiana a Veltroni, alleati con i popolari, diventano protagonisti della scena. E’ l’era della trattativa col centrodestra. Qualcosa alle cooperative deve andare.

Mafia Capitale: gli affari si fanno coi rifiuti, col cemento, con la sanità.

Il secondo livello scatta quando scoppia lo scandalo in Regione: i fondi stornati per le spese elettorali, il caso Fiorito, le dimissioni di Polverini. Il gruppo Pd in Regione che aveva votato quelle decisioni all’unanimità. In campagna elettorale Zingaretti dice: non ricandideremo quei consiglieri. Vince. I consiglieri non sono ricandidati. Tutti, però, trovano un altro imbarco. Non si possono candidare alle regionali, dunque si candidano al Parlamento. Alla guida dei comuni. Tanti, quasi tutti. Bruno Astorre, Esterino Montino, Marco Di Stefano. Quest’ultimo, in specie – ex poliziotto, ex Udeur, ex veltroniano, ex lettiano – sotto inchiesta con l’accusa di aver incassato una tangente da un milione e ottocento mila euro, «adesso li tiro tutti dentro, se casco io cascano tutti», il primo dei testimoni di quella vicenda dal 2009 è persona scomparsa, indaga la omicidi della Mobile – risulta il primo dei non eletti al Parlamento.