Migranti, Renzi non può pretendere in Europa quel che non ottiene in Italia

Premesso che sull’immigrazione ha ragione Salvini e torto Renzi, resta da capire come si possa chiedere al nostro premier di alzare la voce in Europa per convincere i riottosi governanti ad accogliere quote di profughi quando sul tema non riesce a farsi ascoltare neppure dai “suoi” governatori regionali. Il dramma dell’Italia è tutto qui, in questa debolezza politica del governo centrale figlia della doppia devoluzione – verso l’Europa e verso le regioni – di poteri, funzioni e competenze. Non bisogna essere esperti di relazioni internazionali per capire che nessun primo ministro europeo – si chiami Merkel, Cameron o Rajoy – potrà mai farsi impressionare dalla voce grossa del collega italiano se questi poi si rivela incapace di ottenere in patria quel che pretende all’estero. Tanto più che la Costituzione affida l’immigrazione all’esclusiva competenza dello Stato, che è come ammettere che neppure avendo la legge dalla sua il capo del governo riesce a mettere in riga le regioni.

Renzi prigioniero della doppia devolution

È l’inevitabile sbocco dell’ubriacatura federalista, l’epilogo di oltre vent’anni di acritica celebrazione delle “magnifiche sorti e progressive” di un regionalismo sfrenato, culminato nella sciagurata riforma del Titolo V della Costituzione voluta dalla sinistra nel 2001. La verità è che vent’anni di retorica autonomista ci hanno trasformato in un immenso Paese dei balocchi dove ciascuno fa quel che vuole senza darne conto a nessuno. Ogni regione legifera in proprio, sulle materie più disparate, in una diabolica gara a chi fa peggio spendendo di più. Che si parli di sanità, di trasporti, di ambiente e persino di energia, ogni governatore bada più che altro a ritagliarsi il suo momento di gloria in barba all’interesse generale. E non inganni il virtuosismo gestionale del Nord: il federalismo non c’entra niente, in ogni caso molto meno della maggior confidenza di quelle latitudini con i canoni aurei della buona amministrazione. Indietro tutta, allora, destinazione centralismo? Non ci sarebbe nulla di male e, a occhio e croce, che si stesse meglio prima appare verità difficilmente confutabile. Al netto dei suoi limiti storici e delle sue croniche debolezze, quel modello ha infatti meglio preservato coesione sociale e unità nazionale, impresa per nulla scontata in un popolo storicamente diviso tra guelfi e ghibellini. La svolta “federalista” imposta dalla sinistra nel tentativo di contenere la Lega si è invece rivelata disastrosa, a conferma che la politica non conosce vaccini ma solo droghe. E, infatti, poco è mancato che nell’Italia dello spezzatino istituzionale le regioni si mettessero a far politica estera in proprio.

Sui migranti le regioni dettano legge e il governo è debole

In realtà, ogni qual volta ci innamoriamo dei modelli altrui finiamo poi per adottarli a tempo scaduto. È stato sempre così e neanche questa volta abbiamo fatto eccezione. La sbornia federalista ce la siamo presa proprio quando il peso crescente dell’Europa nella vita degli stati avrebbe dovuto consigliarci di rafforzare e non di indebolire l’autorità nazionale. È invece accaduto l’esatto contrario e abbiamo finito per presentarci al gran ballo della sfida globale indossando le pezze colorate di Arlecchino. Non stupiamoci, dunque, se ora quel che in Europa ci riesce meglio è far ridere gli altri.