«Maxiemendamento e fiducia», il governo forza la mano sulla scuola

Avanti tutta per tentare il via libera del Ddl scuola m tempo per assumere 100mila insegnanti precari già quest’anno. Alla fine Matteo Renzi, che valutava l’ipotesi sprint in Senato con conseguente probabile fiducia già da qualche giorno, ha deciso: non vuole passare per quello che abbandona i precari a se stessi. Secondo “Il Sole 24 Ore”, il premier ha dato la linea: presentare già martedi un maxiemendamento sul quale poter mettere la fiducia se – come molto probabile – le opposizioni non ritireranno i circa 3mila emendamenti. Il voto di fiducia, che al Senato è unico su provvedimento e governo, potrebbe esserci già martedì in modo da poter essere licenziato dalla Camera entro la fine del mese.

Maxiemendamento e fiducia già martedì

Renzi ha deciso di non venire incontro alle richieste della sinistra e dei sindacati, ossia prevedere incarichi a tempo per i presidi nello stesso istituto (3 anni più tré anni). Il premier ha fatto calare il suo no: «Così si snatura la funzione dirigenziale dei presidi», ha detto.

Le altre modifiche allo studio accolgono le richieste dei sindacati

Ieri la leader della Cgil Susanna Camusso ha di nuovo lanciato i suoi strali: «Mi suona come una gigantesca presa in giro. Questo governo è sempre più insopportabile», ha detto riferendosi appunto alla volontà di chiudere sulla scuola in tempi brevi per permettere le assunzioni dei 100mila precari. I sindacati contestano che nella maxi-infornata di precari non rientrano anche altri tantissimi supplenti che insegnano da anni nella scuola. Il governo pensa di affrontare il tema nel prossimo concorso da 60mila cattedre da bandire in autunno.

Botte da orbi tra Renzi e Camusso sulla riforma della scuola

«Mai visto un sindacato che si lamenta mentre si stabilizzano così tanti lavoratori», ripete il premier e fa ripetere ai suoi. Intanto a lamentarsi sono i parlamentari della sinistra Pd, già sulle barricate per l’ipotesi fiducia: da Gianni Cuperlo a Roberto Speranza («sarebbe un altro strappo, non ce la facciamo più»).