Mario Monti ha perso tutto e tutti. Gli resta la poltrona di senatore a vita

Lo chiamarono “salvatore della patria”, l’uomo prescelto per il famoso golpe istituzionale. Ora non ha più nessuno, i suoi fedelissimi gli hanno detto addio, uno dopo l’altro. Gli resta (e non è poco) solo la carica di senatore a vita, un “regalo” che scatenò infinite polemiche. Finisce in briciole l’eredità politica lanciata da Mario Monti poco più di due anni fa. L’agenda Monti, con la quale l’ex premier si era lanciato nell’agone elettorale del 2013, è finita in soffitta e stessa sorte sembrano aver fatto i suoi compagni di cordata. Anni di litigi, scissioni, virate e prese di distanze hanno ridotto a una monade impazzita quella compagine di parlamentari eletti e lo stesso gruppo di animatori della scommessa elettorale.

Scacco a Mario Monti, ecco la lista dell’addio

Mario Monti se ne è andato, Luca Cordero di Montezemolo ha perso la sua scommessa politica. E quel che era restato della pattuglia eletta in Parlamento ha fatto il resto: divisioni su divisioni a partire da quel nucleo iniziale che faceva capo a Scelta Civica. L’abbandono della maggioranza da parte Popolari per l’Italia, con il distinguo fatto dai due componenti che fanno parte della compagine di governo, i sottosegretari Domenico Rossi e Angela D’Onghia, è figlio di questa lunga e tortuosa odissea. Che inizia con le dimissioni di Monti da Sc a cui fa quasi subito seguito la scissione della minoranza popolare-democratica cristiana guidata dal ministro Mario Mauro favorevole a una collaborazione con l’Udc e a un superamento di Sc. Succede al Senato dove il gruppo diventa “Per l’Italia” provocando la fuoriuscita dei senatori rimasti in Sc, mentre alla Camera dei Deputati i popolari, insieme all’Udc, costituiscono il gruppo Per l’Italia. I due nuovi gruppi si collocano nella maggioranza di governo a sostegno di Enrico Letta, dove i Popolari portano Mario Mauro alla Difesa e Mario Giro come sottosegretario agli Esteri. Il partito vota poi la fiducia al governo Renzi, dove porta il senatore Andrea Olivero come vice ministro all’Agricoltura e tre sottosegretari: Mario Giro agli Affari Esteri, il deputato Domenico Rossi alla Difesa e la senatrice Angela D’Onghia all’Istruzione. Poi la decisione della componente sociale di Lorenzo Dellai (otto deputati e due senatori) di costituire Democrazia Solidale a cui aderiscono il vice ministro Andrea Olivero e il sottosegretario Mario Giro. A quel punto l’avvicinamento al centro-destra dei Popolari è ormai compiuto; i tre senatori Mario Mauro, Salvatore Di Maggio e Angela D’Onghia entrano nel gruppo Grandi Autonomie e Libertà (i due deputati Mario Caruso e Domenico Rossi rimangono invece nel gruppo Per l’Italia). Ma è con l’approvazione della nuova legge elettorale che Pi marca ulteriormente le distanze dalla linea del governo. Il partito non prende parte al voto sull’Italicum alla Camera e annuncia l’intenzione di promuovere un referendum abrogativo della nuova legge elettorale. Adesso lo show down: Mauro abbandona la maggioranza, ma D’Onghia e Rossi restano nel governo. E Tito Di Maggio va con i fittiani.